La vera crisi dell'avvocatura



Libero professionista
: colui che svolge un’attività economica, a favore di terzi, volta alla prestazione di servizi mediante lavoro intellettuale. L’etimologia  deriva da “professare” cioè essere fedele a degli statuti ordinistici o regolamentanti una attività, mentre il termine freelance deriva dal termine medievale britannico usato per un mercenario (free-lance ovvero lancia-indipendente o lancia-libera), cioè, un soldato appunto professionista che non serviva un signore specifico, ma i suoi servigi potevano essere al servizio di chiunque lo pagasse.

Avvocato: dal latino advocatus, sostantivo derivante dal participio passato del verbo advoco = ad-vocatum = chiamato a me, vale a dire “chiamato per difendermi”, cioè “difensore”. Libero professionista che svolge attività di assistenza e consulenza giuridica e/o legale a favore di una parte.

Lavoro subordinato: informalmente detto lavoro dipendente, indica un rapporto nel quale il lavoratore cede il proprio lavoro (tempo ed energie) ad un datore di lavoro in modo continuativo, in cambio di una retribuzione monetaria, di garanzie di continuità e di una parziale copertura previdenziale.Continua a leggere…

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Nudo alla meta

“Possiamo vivere la vita che gli altri si aspettano da noi oppure sceglierne una basata sulla nostra verità. La differenza è tra una vita consapevole e una inconsapevole, tra vivere e non vivere”.

Con queste parole, Stephen Gough riassume il senso di ciò che gli sta accadendo. Non è un guru di qualche setta, né un signore eccentrico vecchio stile. Quest’uomo ha una sua idea di come la vita debba essere vissuta e ha deciso di andare fino in fondo. Sono ormai più di dieci anni che Gough gira a piedi nudo. Cammina a piedi senza vestiti perché il mondo è sbagliato, quello che pensa il mondo è sbagliato e noi siamo buoni e possiamo fidarci di noi, del nostro corpo nudo, degli altri. Questo è il suo pensiero. Potremmo ironizzare di quest’uomo che le prime foto ritraevano nel pieno del vigore fisico e che adesso mostra i segni del passare del tempo con forza e dignità. Potremmo sorridere pensando a questa figura un po‘ Forrest Gump un po‘ Gandhi. Potremmo scuotere la testa pensando a una provocazione vintage stile anni sessanta. L’uomo in realtà è uno che ti costringe a pensare. Non sempre gli è andata bene, insieme alla curiosità, all’ironia e all’indifferenza ha trovato anche chi lo ha picchiato e gli ha rotto il naso. Non sempre è stato facile. Gough ha avuto una compagna, ha dei figli, una anziana madre.

All’inizio era una cosa ma ora molti non capiscono o si sono stancati. Gli attivisti dell’ambiente naturista hanno smesso da tempo di supportarlo, ogni giorno è sempre più solo. Adesso poi, non riesce più a uscire dal carcere. I tribunali hanno deciso di adottare la linea dura e lui si è irrigidito nella ricerca della sua verità. Non si veste in carcere, non si veste per andare in tribunale, non si vestirà il giorno in cui lo rilasceranno e quindi sarà nuovamente arrestato. Lui vuole tornare a casa nudo e camminando. “Ho capito che nel mio profondo sono buono, che tutti siamo buoni e che ci si può fidare di questa parte di sé” ha dichiarato al giornalista Neil Forsyth, che lo ha intervistato recentemente per il Guardian nella prigione scozzese dove è detenuto. Gough è uno che ha dalla propria parte la forza delle sue convinzioni. Niente sembra fermarlo. Non il freddo del suo viaggio invernale verso John o’ Groats, l’ultimo villaggio a nord della Scozia, dove il cielo sembra così basso che ti viene da allungare la mano e raccogliere una manciata di stelle. Non il dover continuamente dare spiegazioni di ciò che sta facendo. Niente sembra fermarlo. E questo, immagino, sia ciò che spaventa.
È per questo che la società tiene dentro una cella uno come Gough. Non è questione di senso del pudore è che se Gough vincesse la sua battaglia, un granello di libertà potrebbe insinuarsi nell’ingranaggio del controllo sociale e incepparlo. Potrebbe rovinarsi quell’architettura di potere fondata sull’idea che l’uomo non è buono, che l’uomo deve difendersi sempre e comunque, che in nome di questa difesa egli debba rinunciare a perseguire la propria verità e debba abbracciare quella dominante. Tanto può un uomo nudo che cammina. La nudità ci ricorda la forza dell’assenza di difese, il cammino la potenza di avere una meta. Non sappiamo come finirà questa storia, se alla fine prevarrà in quest’uomo la stanchezza, se invece vincerà o resterà in prigione per il resto dei suoi giorni. Se avrà insinuato in noi il dubbio che sia giunto il momento di toglierci i vestiti e iniziare il nostro cammino, avrà già fatto molto.

Il dono della vita

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torniamo ad occuparci di trapianto d’organi, argomento già trattato in un articolo dello scorso anno. Il post di oggi è scritto da Luigi Sambataro, al suo secondo contributo per Camminando Scalzi.it . Buona lettura. [/stextbox]

Il 30 maggio 2010 si svolgerà in Italia la “Giornata nazionale per la donazione degli organi“. In teoria in questi casi di direbbe: ” In tutte le piazze italiane…“, purtroppo in questa occasione non sarà così. Non sarà così per diversi motivi: perché in Italia la donazione di organi è quasi ignorata a livello pubblicitario, perché a molti fa paura l’idea di dover pensare da vivi alla morte o forse solo perché per molti è una cosa non condivisa come ideale. Tutto ciò porta anche ad un numero basso di volontari.

Avendo firmato la mia prima tessera di assenso alla donazione all’età di 16 anni ed essendomi iscritto all’Aido all’età di 20, mi sono sempre impegnato affinché il messaggio “donare gli organi è essenziale, è giusto, è un grande gesto” prendesse piede il più possibile nella mentalità della gente comune. Mi sono venuto quindi a trovare spesso in conversazioni sul tema anche con molte persone che non la pensavano come me ma che , allo stesso tempo, mi hanno un po’ illuminato su quali fossero le remore più grandi in merito all’argomento. Ne è venuto fuori che le paure più grandi sono essenzialmente due.

La prima paura è questa: “Ho paura che essendo in lista per la donazione, se un giorno dovesse accadermi qualcosa, i medici potrebbero non fare tutto il possibile per salvarmi” .
Già in questa prima affermazione, a parte una grande paura della possibilità di quel momento, emerge tanta disinformazione. Innanzi tutto si mette in dubbio la professionalità del medico e il suo giuramento d’Ippocrate, che lo obbliga a ” […] perseguire come scopi esclusivi la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di non compiere mai atti idonei a provocare deliberatamente la morte di un paziente […] “. In secondo luogo si disconosce qual è il momento esatto in cui si può effettivamente dichiarare un paziente deceduto e quando si può effettivamente procedere con l’espianto “[…] Quando sia stata accertata e documentata la morte encefalica o morte cerebrale, stato definitivo e irreversibile. L’accertamento e la certificazione di morte sono effettuati da un collegio di tre medici (medico legale, anestesista-rianimatore, neurofisiopatologo) diversi da chi ha constatato per primo la morte e indipendenti dall’équipe che effettuerà il prelievo e trapianto. Questi medici accertano la cessazione totale e irreversibile di ogni attività del cervello per un periodo di osservazione non inferiore a 6 ore.”

La seconda grande paura è questa: ” Mi rifiuto di pensare al corpo mio o di un mio caro martoriato e sezionato dopo la morte“. Anche questa potrebbe essere una paura o meglio ancora un rifiuto plausibile, ma su questo cosa si potrebbe dire? Non ci basta un’intera vita terrena per preoccuparci del nostro aspetto esteriore? Non potremmo smettere, almeno dopo morti, di preoccuparci di noi stessi e pensare magari agli altri? E poi, hai mai pensato a cosa succederebbe in ogni caso a un corpo umano diversi giorni dopo la cessazione di tutte le funzioni vitali? Quale vantaggio ne deriverebbe per te dall’ottima conservazione del suo stato esteriore dopo la morte?

Queste sono solo le paure che maggiormente la gente mi ha manifestato, paure lecite, ma che non sforziamo molto di lenire. Poca informazione, poca pubblicità, poco interesse in merito all’argomento.

Da qualche tempo ho anche fondato un gruppo su Facebook, al quale hanno aderito tantissime persone, tra le quali medici, trapiantati, familiari di trapiantati e familiari di donatori, che sono lì per raccontare la loro esperienza, per dare informazioni utili e reali. Io credo che basti parlare 10 secondi con una persona trapiantata, che si è vista salvare la vita, per capire quanto importante per loro possa essere un gesto che, in fin dei conti, una volta deceduti per noi non ha più alcuna conseguenza se non quella di aver ridato la vita o la gioia di vivere a un’altra persona. Sul sito AIDO, a questa pagina http://www.aido.it/index.php?id=1&faq=14 trovate tutte le risposte ai vostri possibili dubbi, incertezze ed anche il modulo per aderire formalmente all’associazione.

La donazione d’organi, a mio modesto parere, verrebbe agevolata se in Italia venisse data la possibilità di scegliere anche sull’eutanasia, ma questo è un altro discorso che affronteremo magari un’altra volta.

Concludo esprimendo ciò che rappresenta per me la donazione di organi e facendo un appello a tutti voi. Io non lo vedo neanche come un gesto di generosità, ma esclusivamente come un gesto dovuto nei confronti di chi avrà ancora un’intera vita davanti… Per una vita che si spegne ne possiamo illuminare molte altre, quindi doniamo e diffondiamo il valore di questo gesto.

Luigi Sambataro

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