Servizio Pubblico: esperimento di informazione libera

Il 3 Novembre andrà in onda la prima puntata di Comizi D’Amore, nuova trasmissione di Michele Santoro e del suo staff che, attraverso l’iniziativa “Servizio Pubblico”, ha aperto le porte a un nuovo modo di fare televisione e informazione. In un momento storico in cui una trasmissione di successo come Annozero viene inspiegabilmente ritirata dalla Rai – nonostante i costanti successi di pubblico della passata stagione – nasce un nuovo modo di fare televisione: forti dell’esperienza di Raiperunanotte, i Santoros hanno lanciato un’iniziativa di “finanziamento popolare”. Con una donazione di dieci euro è possibile finanziare una trasmissione che è stata cancellata dalle TV generaliste italiane, che andrà invece in onda su di una piattaforma di media incrociati quali internet e le TV locali. Anche Sky ha dato la sua adesione. Santoro quindi andrà in onda per volere dei cittadini e dei suoi stessi spettatori, fedelissimi e non, che non vogliono accettare la “cancellazione” del suo programma per motivi che di “aziendale” hanno poco e di “politico” hanno molto.

Non si spiega altrimenti l’abbandono di un format di successo che ha battuto record su record (e viene subito alla mente l’altro grande assente, quel “Vieni via con me” che ha fatto sfaceli la scorsa stagione) di ascolto, per una rete come la Rai in costante calo di spettatori. Far fuori Santoro significa togliere una voce importante al pluralismo dell’informazione, che si sia d’accordo o meno con le sue idee. Per fortuna il mondo si muove veloce, è proiettato nel futuro, non segue più le logiche di palazzo, e scavalca il problema in una maniera tutta nuova, quantomeno per l’esperienza italiana in materia. Un programma autofinanziato dagli stessi spettatori in maniera così diretta non si era mai visto. E bisogna soprattutto porre l’attenzione all’enorme successo che ha riscosso la campagna di adesioni. Le persone hanno una voglia pazzesca di una trasmissione che faccia un’informazione senza bavagli di sorta, che dica le cose che vanno dette, che vada ad approfondire le questioni di cui i media tradizionali sembra non vogliano più parlare.

httpv://www.youtube.com/watch?v=hMlc1CczdjA&list=UUq3QhkV1-S5KonNKUqQP8fw&index=13

Conflitto d’interessi, politiche di esclusione delle voci scomode, presidenti che eseguono ordini “dall’alto”, programmi di successo cancellati. Tutte queste riflessioni sono state affrontate in mille modi diversi. Quello che a noi più interessa però è questa sorta di spostamento del potere decisionale nelle mani dello spettatore che, abbandonato dalla “sua” televisione nazionale, preferisce finanziare di tasca propria la trasmissione che desidera vedere. Sarà un successo? Lo è già stato. L’iniziativa di Servizio Pubblico ha di fatto messo in evidenza le dubbie decisioni della Rai che, trincerandosi dietro le solite scuse, vede parte del suo pubblico prendere coscienza su questa problematica e trovare una soluzione “faidate”. È il primo esempio di “pay-per-know”, pagare per essere informati. Certo, la cosa dovrebbe accadere già in maniera automatica con il fantomatico abbonamento Rai, ma visto che tutte le televisioni sono controllate in maniera diretta o indiretta dal solito personaggio che tutti conosciamo, per trovare un po’ di aria fresca bisogna andare altrove. L’informazione esce definitivamente dai confini dei canali tradizionali, viaggia sempre più veloce attraverso il web (che ancora una volta è stato il vero motore trascinante di Servizio Pubblico), diventa parte integrante della vita dell’individuo che la va a cercare e non la subisce più passivamente.

È un atto di modernità, è un atto di futuro che avanza, è l’inizio della fine di un’epoca dell’imposizione dell’informazione. E se già tanti passi erano stati compiuti sinora, con Servizio Pubblico e Comizi D’Amore viene posta l’ennesima pietra miliare nella lotta alla libertà di informarsi e di informare. È un punto di non ritorno, è l’inizio di una nuova epoca anche per il cittadino italiano, storicamente attore passivo dei media, che si “rivolta” e prende coscienza di sé. Questa forse è la vittoria più bella di quest’iniziativa che, comunque vada, ha cambiato per sempre le carte in tavola. Che sia arrivata anche per noi l’epoca di una rivoluzione intellettuale? Noi non lo sappiamo, ma di sicuro scommettiamo che Comizi D’Amore sarà un grande successo. Con buona pace dei vecchi tromboni che controllano i media, che si renderanno conto ogni giorno di più di essere ormai gli ultimi esemplari di una razza di dinosauri votata all’estinzione.

Per quanto possano provare a fermarlo, il futuro è là fuori,  ricco di speranze e di novità.

 

Vi lasciamo alcuni contatti per approfondire:

La home page di Servizio Pubblico 

La pagina Facebook con tutti gli aggiornamenti

Il canale youtube

httpv://www.youtube.com/watch?v=OH9DA0e2PUQ&list=UUq3QhkV1-S5KonNKUqQP8fw&index=12

 

 

 

 

 

Le migliori applicazioni online: valide alternative ai più comuni software desktop

[stextbox id=”custom” big=”true”]Un nuovo autore su Camminando Scalzi.it

Tancredi Matranga è un blogger e web designer milanese, appassionato di Internet e di nuove tecnologie a 360°. Già da un po’ di anni cura TheNorbaBlog, il suo blog personale nella quale condivide quotidianamente notizie sulle migliori applicazioni online, software gratuito, grafica digitale e web design. Oltre a ciò, gestisce numerosi progetti web personali e lavora come consulente web freelance collaborando con diverse società milanesi. Benvenuto su Camminando Scalzi.[/stextbox]

Le applicazioni online, con l’evolversi del web, sono diventate sempre più diffuse e utilizzate da un grande numero di internauti.

Stiamo parlando di strumenti web-based, disponibili in rete gratuitamente, che permettono di svolgere diverse tipologie di operazioni.

Esistono applicazioni online dedicate all’editing di immagini, alla scrittura di documenti, al backup di files, all’ascolto di musica in streaming e molto altro ancora.

Alcuni di questi tool sono così efficaci e ben realizzati da poter essere considerati ottime alternative ai più comuni software desktop in commercio.

Utilizzare applicazioni online è senza dubbio vantaggioso, questi strumenti “on the cloud” non appesantiscono il sistema operativo perché funzionano senza essere installati sul computer, ma hanno unicamente bisogno di una connessione a Internet e di un browser web.

Le applicazioni web possono essere utilizzate da qualsiasi computer, con la possibilità di lavorare su un singolo documento anche da più terminali in contemporanea.

Ecco una lista delle migliori applicazioni disponibili gratuitamente online, valide alternative ai principali software desktop sul mercato.

1. Splashup

Splashup è un ottimo servizio online che consente di effettuare foto editing sul web in modo semplice e efficace, l’applicazione infatti mette a disposizione numerosi strumenti di fotoritocco.

Spashup può senza dubbio essere considerato un’alternativa al software Photoshop Elements, utile a modificare immagini al volo in caso di necessità.

2. Grooveshark

Grooveshark è un servizio online di music streaming che permette di ascoltare gratuitamente una miriade di canzoni dei generi più vari.

Si tratta di un’applicazione web davvero ben realizzata, una vera e propria web radio che consente ai suoi utenti di cercare, ascoltare, condividere e caricare musica online in maniera estremamente semplice e senza la necessità di registrazione.

3. Google Docs

Google Docs è il servizio online per eccellenza dedicato alla creazione di documenti di testo, presentazioni e fogli di calcolo.

L’applicazione web sviluppata dal colosso di Mountain View può essere considerata come una valida alternativa a programmi desktop come Microsoft Office e Open Office.

4. DropBox

DropBox è un ottimo tool per effettuare backup di dati sul web, si tratta di una comoda applicazione di online storage che mette a disposizione 2GB di spazio per archiviare i propri documenti online.

L’applicazione consente inoltre di usufruire di un software che, una volta installato, permette di salvare i propri file in rete in modo semplice e rapido all’interno di una cartella sincronizzata con il server del servizio.

5. QubeOS

QubeOS è un progetto tutto italiano lanciato di recente, si tratta di un innovativo sistema operativo cloud che può essere avviato e utilizzato direttamente sul browser.

Il servizio mette a disposizione diverse tipologie di programmi da utilizzare online: un word processor, un programma per creare presentazioni, un foglio di calcolo, un browser web, un player audio/video e altro ancora.

QubeOs è un cloud OS completamente gratuito e per essere utilizzato necessita registrazione.

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Tancredi Matranga

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Il fenomeno del flash mob

[stextbox id=”custom” big=”true”]Camminando Scalzi ospita oggi una nuova autrice!

Angela, 62 anni napoletana, docente di italiano e latino, attualmente in pensione. I suoi interessi sono molteplici: lettura, scrittura, cinema, teatro e la continua partecipazione ad eventi culturali. Fa parte inoltre di un gruppo di lettura per la fondazione “Premio Napoli“.
Benvenuta su Camminando Scalzi!
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Quando pensiamo alle mobilitazioni di massa ci vengono in mente sempre le grandi mobilitazioni del passato che riunivano tanti individui sotto la bandiera di un sindacato, di un’associazione ambientalista o di movimenti in difesa dei diritti umani violati. Oggi, la mobilitazione parte dalla rete. Questo perché è cambiato il modo di comunicare, gli emittenti sono tanti quanto i destinatari, e il canale è l’etere.

E nell’etere si muovono tutti per una comunicazione globale, in un mondo fuori dal quale non si può avere altra esperienza che non sia il prendervi parte o lo starsene in disparte.

Il coro di voci che riempie l’etere elimina quelle poche differenze esistenti tra razze e uomini che, alla stregua degli antichi capo-tribù indiani, i quali comunicavano tra loro con anelli di fumo, creano il loro anello di contatti, semplicemente cliccando un tasto del computer oppure inviando degli sms.

È nato dunque un nuovo modo di comunicare attraverso un linguaggio, destrutturato e non convenzionale – se pensiamo al linguaggio del passato ventennio – basato sulla comunicazione di rete. Figlio di questo nuovo modo di comunicare, sbarca in Italia direttamente dall’America il flash mob, fenomeno di forte impatto sociale, definito “scherzo di massa”, che si diffonde presto nel globo creando anche un misto di preoccupazione e timore. Già, perché la comunicazione non è più nelle mani dei gruppi di potere, e le mobilitazioni possono essere anche più rapide. Il fenomeno deve essere analizzato.

FLASH MOB PALERMO

In Italia si comincia a capire un po’ di più la nuova creatura dopo la pubblicazione su “La Repubblica”, nel 2003, di un articolo che intitola: “Sbarca il flash mob in Italia, fenomeno che ha come unica intenzione la rottura degli schemi della quotidianità”.

Il fine è dunque quello dell’interazione allegra, dello scherzo.

Niente sigle politiche, appartenenza a confessioni religiose o di carattere sociale.

Così si presentava sul nascere il flash mob, movimento di massa, creato da individui che, sempre in rete, attraverso un passaparola su internet o degli sms, stabiliscono un luogo in cui incontrarsi, per attuare una performance di pochi minuti e poi  disperdersi velocemente.

Londra registra un flash mob con 4000 presenze (vedi video), ragazzi che alla stazione Victoria ballano per due ore, trasportati da una musica che gli altri non sentono. Hanno le cuffiette. A Napoli performance di massa per ricordare Michael Jackson. Palermo, invasione: gli alieni camminano tra le auto in città, poi scompaiono.

Il fenomeno è di grande impatto sociale su chi assiste, e mentre i detrattori affermano che questi individui, per lo più giovani, sono stupidi e che non hanno nulla da fare, i curiosi – linguisti, sociologi, artisti – scendono in campo per dare una definizione al fenomeno.

È nato un fatto nuovo e bisogna incasellarlo, rinchiuderlo in una definizione strutturata. Allora ecco che partendo dalla definizione di neoavanguardia, il fenomeno rientrerebbe in un evento artistico, per l’esattezza “un’opera d’arte momentanea che dopo 10 minuti scade”.

Altri, ancora, lo definiscono happening, nonsense, tecnologia e trasgressione.

FLASH MOB LONDRA

Ma forse, i ragazzi non avevano intenzione di dar vita a un fenomeno artistico, difatti in rete è possibile trovare una piccola guida su come organizzare un flash mob, un calendario con i prossimi flash previsti nelle varie città, le relative istruzioni da seguire per la corretta riuscita dell’evento; prima tra tutte: non creare danni. L’organizzazione è capillare, e non sfugge il ruolo essenziale dei social media a quanti sono pronti a studiare e utilizzare il movimento di rete. Questo fenomeno di costume, sul nascere scherzoso, metterà radici nella cultura popolare, da noi in Italia, con il film “Notte prima degli esami”, quando il regista, per realizzare il famoso bacio di massa a Castel Sant’Angelo, ricorrerà a un flash mob.

La rete ha poi fatto il resto, e il fenomeno, nato come momento surreale, ha trovato poi un suo campo di realizzazione anche per pacifiche proteste sociali. Sono nati flash sull’ambiente, contro l’omofobia, sulle emergenze umanitarie, sulle mine antiuomo… Non più una ragazzata di chi non ha nulla da fare, come sostenevano i detrattori, al contrario un modo incisivo di “parlare”, in maniera silenziosa, in una società che di rumore ne fa tanto. Sono proprio i più giovani  che ci fanno capire lo spirito di questa nuova partecipazione attiva, dove la parola si fa evanescente e non serve più, si frantuma.

L’appuntamento è sempre sul web, ma il movimento non è unico, perché sulla strada ci sono anche studiosi di marketing che si occupano di registrare le tendenze di mercato. Ecco che il fenomeno viene sfruttato per diffondere in rete messaggi commerciali, o per realizzare autentiche campagne pubblicitarie.

Quindi la regia dei flash mob è spesso curata da un blogger esperto di marketing.

Si tratta solitamente di un giovane uomo, che lavora in qualità di PR online delle reti comunicative. Per aiutarci a capire l’evoluzione del fenomeno, il curatore dei flash mob di Roma ci spiega che esistono tre tipi di Flash: il primo puro, nato nel 2003, quello per così dire spontaneo. Al secondo appartengono quei flash organizzati da esperti di marketing per la realizzazione di  un grande evento. Il terzo, di tipo commerciale per promuovere un prodotto, è organizzato dalle aziende, e quelli che realizzano la performance sono ballerini e attori. C’è quindi una spontaneità recitata: il flash è diventato una strategia di marketing.

Da movimento giovanile del web e dalla realizzazione in città, della durata di pochi minuti, il flash mob ha interessato, per l’efficacia del richiamo, anche gruppi politici e associazioni, che lo utilizzano con il solo scopo di propagandare un ideale, così come  le aziende per reperire nuove idee, e poiché le nuove tendenze le individuano i giovani, meglio girare a lungo su internet per scoprire dove va il mondo.

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Inquinamento e Web Marketing: è l'ora di accorgersene

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Paolo Ratto, specialista di contenuti online e autore di articoli relativi ad internet e web marketing. Qui il link al suo interessantissimo blog: http://paoloratto.blogspot.com[/stextbox]

Quando si parla di Internet si ha comunemente una concezione errata di quelle che sono le conseguenze per l’ambiente. Il Web e tutto il mondo dell’ ICT (information comunication technology) infatti viene spesso immaginato come un universo “ecologico”. Non illudiamoci che sia così.

Negli ultimi tempi si è scatenata una querelle mediatica tra Facebook e Greenpeace che ha portato alla ribalta proprio il tema dell’inquinamento causato dal Web. La celebre associazione, che da sempre difende l’ecologia planetaria, ha accusato il gigante blu di inquinare a dismisura a causa del suo nuovo data center in Oregon, alimentato a carbone. Greenpeace ha avviato una serie di iniziative tra cui una richiesta di adottare una politica ambientale più rispettosa, controfirmata da 500.000 utenti di Facebook, una lettera scritta dal direttore esecutivo Naidoo indirizzata direttamente a Facebook e un video che ha rapidamente fatto il giro della Rete.

Se la diffusione delle email e la progressiva sostituzione di archivi cartacei con archivi digitali hanno sicuramente contrbuito a diminuire l’utilizzo della carta, dobbiamo domandarci quali sono le conseguenze ambientali che il massiccio utilizzo della Rete comporti.

Siamo d’innanzi ad un nuovo tipo di inquinamento: una scia di dati (spesso inutili) che lasciamo alle nostre spalle, alimentata da non poca energia elettrica. Ogni volta che visitiamo un sito, mandiamo una e-mail o facciamo qualsiasi altra cosa in rete, mettiamo in moto dischi, testine, impulsi che viaggiano da una parte all’altra del globo e che vengono inviati, smistati e ricevuti.
Quindi nonostante i computer non utilizzino fonti di energia altamente inquinanti come per esempio la benzina, non possiamo parlare di tecnologie a leggero impatto ambientale.
Addirittura alcune ricerche dell’agenzia di protezione ambientale americana, confermate da uno studio di Gartner rivelano che il settore ICT contribuisce all’inquinamento mondiale a pari livello del settore aereo, ciò significa il 2% di tutto l’inquinamento mondiale prodotto. In particolar modo il settore informatico sarebbe responsabile del 2% di tutta l’anidride carbonica immessa nell’atmosfera.

Il forte impatto ambientale è dovuto principlamente a 2 fattori:

  • il consumo energetico;
  • la difficoltà nello smaltire e riciclare la vecchia tecnologia.

Ma scendendo nel particolare, in che modo il Web Marketing può considerarsi parzialmente responsabile dell’inquinamento?

Il Web Marketing rappresenta tutta quella serie di attività che sfruttano il canale online per studiare il mercato e sviluppare rapporti commerciali tramite il Web. Il Web Marketing si basa sull’utilizzo di strumenti quali l’email, i motori di ricerca, i social network e soprattuto sulla connessione quotidiana al WWW, vero ed unico palcoscenico del business online.

Andiamo ad analizzare ognunga di queste attività in relazione all’inquinamento prodotto, coadiuvati da ricerche in materi.
L’email è stata spesso considerata, anche giustamente, come uno strumento ecologico. D’altronde grazie alla mail si è ridotto il numero di carta utilizzata dagli uffici nelle comunicazioni internet ed esterne. Una piccola ricerca di EMC2 (leader dello stoccaggio dati su Storage Area Network) ha però evidenziato dati preoccupanti: una email di poche righe con allegato un file di da 1 megabyte, inviata a 4 persone, riesce ad occupare uno spazio di 50 megabyte nella rete. Ciò è dovuto essenzialmente ad operazioni “meccaniche” quali le copie conservate da pc d’invio, di destinazione, e dal server e dai vari file di log prodotti dai server stessi durante il cammino dell’email. Ora rapportate questo piccolo numero ai 245 miliardi di email inviate quotidianamente al mondo e capirete l’enorme quantità di dati che per esistere devono essere alimentati da energia elettrica.

Secondo diversi studi recenti anche il comparto della “Search”, ossia l’utilizzo dei motori di ricerca (principalmente Google) per trovare informazioni, dati e quant’altro (essenziale per il Web Marketing) è fonte di inquinamento. Un ricercatore di fisica della Harvard University, Alex Wissner-Gross, ha spiegato che ogni query lanciata tramite Google da un qualsiasi computer fisso genera 7 grammi di CO2. Per offrire un esempio pratico, due ricerche lanciate sul motore di ricerca richiederebbero lo stesso consumo di energia che serve per riscaldare una tazza di the.

La search (ma non solo!) si basa sul Cloud Computing, ossia l’ insieme di tecnologie informatiche che permettono l’utilizzo di risorse hardware (storage, CPU) o software distribuite in remoto. Si pensi a tutti i dati presenti nei motori di ricerca e nei social network, a tutti i video che guardiamo, a tutta la musica e i film che scarichiamo: tutto ciò fa parte della “nuvola”. Questo tipo di tecnologia non è esente da problemi con l’inquinamento, anzi in questo momento è respnsabile dei maggiori danni ambientali.

Un rapporto di GreenPeace del 2010 avverte che la crescita del cloud computing sarà accompagnata da un forte aumento delle emissioni di gas ad effetto serra, altamente nocivi per l’ambiente. D’altronde tutti i grandi colossi del mercato in questione (Facebook, Google, Yahoo e Microsoft) tenuti sotto pressione dall’opinione pubblica stanno cercando (almeno apparentemente) dei compromessi tra la nascita di nuovi centri di stoccaggio e server (i famigerati data center), alimentati da centrali elettriche spesso anche a carbone, e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili coadiuvati da piani di educazione ambientale del personale e dell’utenza.

Insomma sembra proprio che non si possa più ignorare l’impatto ambientale dell’industria dell’ICT ed in particolare del Web. Per quanto riguarda le soluzioni, il dibattito è quanto mai avviato. Voi cosa ne pensate?

[stextbox id=”info” caption=”Vuoi collaborare con Camminando Scalzi.it ?” bcolor=”4682b4″ bgcolor=”9fdaf8″ cbgcolor=”2f587a”]Collaborare con la blogzine è facile. Inviateci i vostri articoli seguendo le istruzioni che trovate qui. Siamo interessati alle vostre idee, alle vostre opinioni, alla vostra visione del mondo. Sentitevi liberi di scrivere di qualsiasi tematica vogliate: attualità, cronaca, sport, articoli ironici, spettacolo, musica… Vi aspettiamo numerosi.[/stextbox]

La Pirateria e il valore della Conoscenza

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi  Giuseppe Pirò, ventottenne laureato in Ingegneria delle Telecomunicazione già autore di un interessante articolo riguardante la tecnologia. Giuseppe (qui il link al suo profilo twitter) è autore della pagina facebook Prospettive Telematiche nella quale condivide le news tecnologiche provenienti dal web. Buona lettura![/stextbox]

Non si parlerà qui ancora una volta della necessità di trovare il miracoloso compromesso tra Web e Copyright. Non spenderemo ulteriori parole per evidenziare il fatto che siamo di fronte alla singolarità del diritto d’autore, cioè il momento storico in cui si abbandonerà il vecchio modello di protezione dei contenuti per passare ad un nuovo concetto che abbia senso nel mondo di Internet. Questo cambiamento, che sta faticando ad arrivare ma che in moltissimi attendono, rappresenterà la trasformazione della regolamentazione e dello sfruttamento delle opere protette in una direzione per cui i produttori, i distributori e gli utilizzatori dei contenuti sul web nutriranno un mercato economico, senza però essere intrappolati nella vecchia concezione fondata sull’impedimento della duplicazione e della condivisione delle opere. Tale concezione infatti è un modello che necessariamente perde di significato quando l’opera è costituita da bit e risiede in rete, cioè nel luogo dell’immaterialità per eccellenza, dove l’informazione non è altro che una serie di numeri, ricopiati continuamente alla velocità della luce in supporti come hard disk e schede di memoria ram sparsi spesso in tutto il mondo, al punto che non è né facile né realmente significativo individuarne l’esatta posizione per vietarne la duplicazione.

Nondimeno, questo articolo non vuole promuovere la cultura dell’illegalità: né quando è intesa come l’atto di appropriarsi dei prodotti della genuina creatività degli autori senza pagare, né tantomeno quando è intesa come l’atto di superare i biechi monopoli dei contenuti attuati dai loro distributori. Cercheremo qui invece di valutare unicamente gli innegabili vantaggi culturali che l’attività di scaricare illegalmente dalla rete, nel bene o nel male, procura.

Da sempre, nella storia dei contenuti duplicabili, si è osservato il fenomeno per il quale il livellamento economico per il loro accesso dovuto alla pirateria ha permesso, sia a chi non disponeva della capacità finanziaria per l’acquisto, sia ai giovani che volevano estendere la sperimentazione di argomenti del tutto nuovi (per esempio alcuni nascenti generi musicali), di poter ottenere tali contenuti senza grossi investimenti; è similmente palese che la maggior parte delle persone non acquisterebbe indefinitamente prodotti di cui non abbia certezza di ricavarne soddisfazione. Ciò ha provocato un evidente arricchimento del patrimonio di conoscenze individuali, per non parlare del fatto che ha altresì sancito spesso l’effettivo apprezzamento del prodotto, il quale, spogliato del valore economico del supporto fisico, esigeva valore contenutistico per poter rimanere in vita e non essere ignorato.

Oggi però, con l’avvento di Internet, il fenomeno si è evoluto dando vita a uno scenario che non può più essere classificato con il vecchio nome. È sufficiente ripercorrere ad esempio la storia dei maggiori supporti musicali per rendersene conto: il vinile ha permesso per la prima volta l’ascolto domestico della musica, la musicassetta ne ha permesso la duplicazione privata, il cd ne ha permesso la copia indistinguibile dall’originale, l’mp3 ne ha permesso la distribuzione planetaria a tempo e costo zero. Oggi gli impatti sociali della pirateria sembrano aver toccato quindi aspetti più profondi della semplice duplicazione. Ora si parla di condivisione. L’informazione digitale ha prodotto il totale annullamento dei costi di distribuzione ed è quindi paragonabile ad uno scambio di battute tra amici: non costa ripeterle e tutti le vogliono sentire.

Ma ciò non significa esclusivamente svago, è anche conoscenza. Distogliamo un attimo lo sguardo dal contesto musicale e pensiamo a tutto ciò che attualmente è informazione. È qui che sorge davvero la questione: qual è per noi il valore di usufruire gratuitamente delle informazioni? La risposta è che, come uomini, viviamo di informazioni; non ci accontentiamo mai di quelle che abbiamo. Se non hanno costo infatti, siamo generalmente portati a volerne di più, perché sappiamo che più ne abbiamo e più siamo coscienti, istruiti e in grado di difenderci.

Il divario formativo tra generazioni, in termini di capacità di accedere all’informazione, è evidente. E forse mai nella storia dell’uomo lo è stato tanto quanto per quelle generazioni a cavallo della diffusione del personal computer.

Oggi, i giovani che hanno un accesso estremamente economico ai contenuti della rete hanno un vantaggio culturale innegabile sugli altri. Se economico infatti vuol dire accaparrarsi tanto, gratis vuol dire accaparrarsi tutto. Ebbene, la pirateria vuol dire accaparrarsi tutto.

Usiamo la parola “pirateria” nonostante storicamente sia stata utilizzata per la sua connotazione negativa. Non diamo qui giudizi di valore sulla sua legittimità. Consideriamo soltanto che chi scarica tutta l’informazione che vuole è favorito. Paradossalmente anche chi fa una rapina è favorito poi dall’avere una grossa somma di denaro, ma nel caso della pirateria stiamo parlando di conoscenza, che viene scaricata, utilizzata e ridistribuita. Ci si potrebbe scandalizzare del fatto che tali considerazioni implichino la violazione della legge. Lecito.

Certamente ci si potrebbe scandalizzare, se non fosse però che gran parte del tessuto sociale italiano (limitiamoci a parlare del nostro paese, ma credo che valga per tutti) ha competenze che derivano in parte dall’aver non pagato qualcosa. Facciamo degli esempi.

Le ultime generazioni di ingegneri, architetti, medici, designer, giornalisti, ecc. hanno contribuito certamente alla loro formazione specialistica universitaria con lo scambio illegale di informazioni non liberamente distribuibili. In primis con l’utilizzo di software non originale. Gran parte degli attuali laureati ha raggiunto le proprie competenze professionali violando la legge. E le università hanno beneficiato largamente di queste competenze acquisite fuori dai percorsi formativi accademici; molti dei corsi infatti prevedono che gli studenti possiedano già certune nozioni informatiche; la possibilità per gli allievi poi, di imparare sul proprio pc di casa ad utilizzare i costosissimi software dei corsi accademici, ha permesso alle università di risparmiare sulle licenze software, ridurre le postazioni pc dei laboratori e probabilmente molte ore di lezione teorica aggiuntive. Oppure pensate che questi esclusivi software siano sempre forniti agli studenti dalle università?

Prendiamo la società in generale, non solo gli studenti; pensiamo a Microsoft Windows, il sistema operativo che ha spiegato al mondo intero come si utilizza un PC; oppure Microsoft Office, che ha insegnato a generazioni intere a scrivere e impaginare un testo. Questi sono i software a pagamento più piratati della storia, dato il prezzo elevato. Ma quanto è stato utile piratarli? Quanta gente si è informatizzata grazie alla copia che gli veniva passata sottobanco? Mai nessun corso di Informatica avrebbe insegnato a milioni di persone ciò che ha permesso la pirateria. E quali sono le opportunità che ha generato? Pensiamo altresì a Photoshop, il più famoso programma di grafica di sempre. È così famoso proprio perché tanta gente ne ha potuto provare le ottime qualità senza spendere le svariate centinaia di euro della licenza. Quanti creativi designer ha prodotto la pirateria di Photoshop? Quanti talenti del marketing e della web-grafica sono emersi dopo aver provato da ragazzini una copia illegale del programma?

Si può obiettare che le alternative gratuite esistono e sono sempre esistite (un esempio è Linux), spesso qualitativamente superiori. Questo è vero, ma solo per il software. Se si parla però di prodotti per l’intrattenimento non è così. Per questi prodotti unici nel loro genere, la pirateria non offre soltanto l’enorme opportunità di avere l’intera discografia e filmografia mondiali, ma spesso anche l’unico modo per poter usufruire di determinati contenuti. A questo proposito l’esempio delle serie televisive americane è lampante. La maggior parte di queste straordinarie produzioni viene trasmessa al di fuori degli Stati Uniti anche uno o due anni dopo la prima uscita; ciò principalmente a causa degli accordi commerciali tra le emittenti televisive che vogliono evidentemente impacchettarle in format adatti alla Tv. In Italia giungono quindi solo dopo molto tempo e non in lingua originale. Lo scambio degli episodi di queste serie tramite filesharing supera tali limitazioni. Ma non si banalizzi questa azione: tali produzioni si portano dietro un largo interesse nel dibattito e nutre vastissimi gruppi di appassionati da tutto il mondo che si ritrovano sul web per accompagnarne l’uscita degli episodi. La web-community è un fattore importante di dialogo e condivisione di idee, e travalica l’appartenenza a uno stato, a un credo religioso o a una comunità linguistica. Lasciare indietro l’Italia nella fruizione di queste produzioni significa di fatto escludere tanti italiani dalla vita di community in rete, quest’ultima imperniata per sua natura sulla contemporaneità dei fatti.

Abbiamo visto il passato, il presente e ora gettiamo uno sguardo al futuro, perché il prossimo protagonista della condivisione illegale a livello globale è forse il caso più emblematico del rapporto tra pirateria e conoscenza: l’eBook. Il libro in formato digitale inevitabilmente sarà presto tra i contenuti più piratati; la sua introduzione nasce dalle spinte dell’editoria in cerca di nuove frontiere e dello sviluppo dei dispositivi elettronici per la lettura confortevole dei testi, come gli ebook-reader e i tablet. I due ostacoli principali che finora hanno limitato la copia dei libri, cioè l’uso degradante della fotocopiatrice e l’affaticante lettura a monitor, sono stati superati. Il formato condiviso per i libri digitali ePub probabilmente risalterà a breve agli onori della cronaca, proprio come quando il suo cugino mp3 iniziò a sdoganare la musica in rete. Pensiamo alle opportunità, la possibilità di avere milioni di testi in tasca, nei quali è possibile trovare le informazioni in pochi secondi.

Ci si deve chiedere allora che occasioni di conoscenza, di collegamenti mentali, di innovazioni concettuali e di dialogo traggano origine dall’utilizzo di materiale protetto. Quanto vale per noi tutto questo? È davvero vantaggioso combattere ciò che svincola la conoscenza dalle briglie economiche? O meglio: è vantaggioso demandare la lotta alla pirateria solo a chi detiene degli interessi e omette l’aspetto culturale del fenomeno? I produttori di contenuti che non hanno ancora strutturato un nuovo modello di business tenendo conto di Internet, ostacoleranno rigidamente la pratica della copia illegale. Manterranno questa posizione di intransigenza e di denigrazione perché gli permetterà di mantenere, finché possono, introiti economici. Per il momento, finché non si scopre l’agognata soluzione al problema, sarebbe conveniente che lo Stato intervenisse per difendere l’accesso dei propri cittadini ai contenuti, estendendo l’opportunità a tutti di usufruirne e potersi potenziare, permettendo all’Italia di essere culturalmente concorrenziale nei confronti delle altre nazioni. La pirateria è un meccanismo che regge la competitività del paese, anche se non lo si ammette. La soluzione tampone per questo periodo di transizione allora, rischia di rimanere davvero quella di lasciare le cose così come sono, cioè consentendo sottobanco la fruizione dei contenuti a molti lasciando che paghino in pochi. Non è bella, ma si è rivelata per adesso l’unico modo per non creare una frattura insanabile nella società di Internet, esito verosimile se dovessero passare proposte di legge anti-copia come quelle che ogni tanto vengono fuori indebitamente dalla bocca di qualche politico non avvezzo a comprendere il cambiamento storico in atto. Se saranno imposte forti limitazioni al download illegale, potrebbe realizzarsi un digital divide temporale tra le attuali generazioni e quelle future. Ci si deve augurare che sempre più materiale sia disponibile in rete e che sempre più persone possano usufruirne. La possibilità dell’uso personale di contenuti protetti andrebbe preservata, perché ha valore sociale. È un investimento nel progresso digitale della nazione, che in Italia tende tristemente a mancare.

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Internet ed il “tutto gratis”!

[stextbox id=”custom”]Torna a scrivere per Camminando Scalzi Paolo Ratto, autore di un interessante blog che ha come tematiche centrali internet e teconologia. Dopo averci parlato del rapporto tra web e burocrazia, oggi ci propone un nuovo articolo nel quale analizza un altro interessante aspetto della rete internet.[/stextbox]

L’utente di Internet, navigando, ha la sensazione che tutto ciò che si utilizza sul Web debba essere gratuito. Nel mondo dei beni digitali, dove i costi di copia e distribuzione sono tendenti a zero, si è fatta largo l’idea del gratis sempre e comunque. Ma questo tipo di economia è reale ed è destinata a proliferare? O siamo dinnanzi ad una bolla di sapone minacciata dalle spinte materiali del business? Alcuni spunti per poter valutare…

Google, un’esempio di azienda che prospera, regalando servizi. Quale esempio migliore si può considerare se non Google, per analizzare questo tipo di “alternative economy”: grazie alla miriade di servizi offre gratuitamente (dal motore di ricerca a Google maps, da strumenti di traduzione a gestione dei flussi di documenti, Youtube, e chi più ne ha più ne metta…), Big G ha contribuito sicuramente ad amplificare la sensazione che il gratis su internet sia un diritto acquisito. Non dobbiamo però dimenticare che il colosso di Mountain View è una delle aziende più potenti al mondo, conseguenza di un fatturato da capogiro. È questo che le permette di offrire gratuitamente una serie di applicazioni. Ma non si tratta di filantropia! Il core business è basato sulla pubblicità “profilata” (rivoluzionari i business di Adword e Adsense..), sui dati raccolti sugli utenti (pensate a tutti coloro che utilizzano i servizi anche più “basic” come Gmail o Youtube…), e sulla “search appliance”, servizio che prevede la gestione del knowledge management delle aziende, con la stessa funzionalità e semplicità del motore di ricerca a cui tutti siamo abituati.

timesIn controtendenza: il mondo delle informazioni. Ci sono però settori in cui la ricerca sfrenata del gratuito ha comportato delle recessioni: è innegabile che con l’espansione numerica degli utenti di internet, uno degli ambiti entrato in profonda crisi sia quello della carta stampata. Il fatto che le notizie che si leggono sui giornali siano presenti gratuitamente sul WEB ha fatto si che molte persone (compreso, per esempio, il sottoscritto!) smettessero di comprare quotidianamente il periodico per documentarsi in maniera più rapida, diretta e pluralistica su Internet. Anche in questo campo (news on-line) probabilmente a breve assisteremo a grossi cambiamenti: Rupert Murdoch (e non solo lui…!) sostiene che “l’equazione internet=informazione gratuita sia agli sgoccioli e presto le news on-line saranno disponibili solo dietro forme di micro-pagamento”, per il momento solo abozzate dalle aziende. A conforto della sua tesi, il magnate dei media cita argomenti ad effetto come la devastante crisi economica che investe la carta stampata statunitense o, d’altro lato, il confortante boom di ricavi derivanti dalle sottoscrizioni a pagamento per accedere ai contenuti del Wall Street Journal, testata divenuta di sua proprietà lo scorso anno. Valutando anche la recente notizia che vede dal 2010 il Times on-line a pagamento, il futuro sembra essere diretto versa questa opzione “non free”.

napster-incProblemi legali: il file sharing. L’economia del gratuito chiama in causa anche tutta una serie di difficili problematiche legate al “Diritto dell’Internet”. Fin dalla nascita di Napster (1999), poi con i successivi Kazaa, Winmx e eMule e fino ai più recenti torrents, l’utente ha avuto la possibilità di “scaricare” gratuitamente, più o meno illegalmente, dapprima musica e poi tutti i tipi di file dalla Rete. La costruzione delle reti “peer to peer” è stato solo l’ultimo passo tecnologico per permettere la pratica del download che, seppur generalmente illegale, viene percepito dalla maggioranza degli internauti come strumento “buono e giusto”. Ora che in tutto il mondo, i governi spinti dalle major multimediali stanno cercando di dare un giro di vite evidente alla pirateria informatica – come dimostrano l’ormai celebre querelle Pirate Bay ed i vari tentativi del parlamento francese di approvare la Dottrina Sarkozy – gli utenti avvertono come un sopruso l’eventuale possibilità di non poter più usufruire gratuitamente di musica, film e videogame. Ed il dibattito assume contorni sociali, politici ed economici di grande rilievo. È innegabile che il diritto di proprietà intellettuale vada rispettato e garantito, ma bisogna stare attenti a non eccedere nel controllo della Rete che, per conformazione naturale e soprattutto tecnica, è difficile (se non impossibile!) da sorvegliare. Non si può tralasciare il fatto che l’accesso ad internet in tutti i paesi è ormai considerato essenziale, quasi un diritto dell’uomo, in quanto strumento principe per accedere ad informazioni e cultura. Nel momento in cui la protezione accordata alle opere divenisse tale da impedire l’accesso alla cultura, il sapere diverrebbe oggetto fruibile solo da pochi privilegiati.

Il “meraviglioso mondo” dell’ Open-Source Un ambito che ha sfruttato la spinta della “free economy” è senza dubbio l’Open Source, settore variegato e del tutto particolare. L’uso non esclusivo e proprietario del software, l’assenza dei costi di licenza o la mancanza, in senso tradizionale, di strutture aziendali possono sembrare ostacoli alla realizzazione di un profitto. A dispetto di tutto questo si è dimostrato, però, come anche con il software open sia possibile creare giri d’affari soddisfacenti.

imagesUn segmento fondamentale è quello della distribuzione e del relativo supporto. I distributori vendono copie di software libero e/o open source: certo il software è reperibile anche in rete, ma spesso necessita di conoscenze tecniche che non sono nel bagaglio culturale di chiunque. L’utente medio non ha sempre le competenze per affrontare agevolmente l’installazione e la gestione dei pacchetti software, dunque preferisce pagare una cifra ragionevole per disporre di una distribuzione costruita apposta per essere accessibile anche ai meno esperti. Accanto alle distribuzioni sono forniti a pagamento una serie di prodotti e servizi di supporto post vendita. Questa è un’applicazione tipica: i beni ceduti non sono prodotti ma servizi. Ciò che si vende è il valore aggiunto dall’assieme dei diversi moduli software e la garanzia di un buon funzionamento e compatibilità con altri sistemi della stessa marca, oltre all’assistenza gratuita per un certo periodo di tempo.Alcune aziende, infatti, si specializzano in particolare modo sui servizi. Quelli più diffusi sono il supporto tecnico, la personalizzazione del software, la formazione su un prodotto e la correzione di bug a pagamento. Quindi ci possiamo rendere conto che anche questo settore, a prima vista “paladino” dell’economia del tutto gratis, presenti strategie di business più complesse e articolate per permettere alle aziende di soddisfare il bisogno primario di fare soldi.

Fiducia o sfiducia? Come ci si deve porre dunque dinanzi alla questione “free economy”? Chris Anderson (direttore di Wired U.S.A. ndR), celebre autore dell’articolo divenuto poi “cult book” di business, La lunga coda, si è lanciato nel nuovo libro “Free” (distribuito gratis on-line) in un’analisi sul modo di fare economia nell’era del web, dei blog, di Facebook e Twitter, dove fare informazione è diventato semplice, immediato, economico, e spesso anche redditizio. Ma Anderson va oltre e si focalizza sulla nuova economia, proprio l’economia del gratuito. “Il web cambierà il mondo. È la patria del gratuito ed inaugura un nuovo tipo di economia: la freeconomics, che diventa non una scelta ma persino una necessità a partire dal momento in cui l’esborso primario di un’azienda diventa qualcosa che abbia a che fare con il silicio”.

Non tutti però la pensano così: sul settimanale The New Yorker”, Malcolm Gladwell ha accusato il collega di essere un “utopista tecnologico che nel suo entusiasmo dimentica alcuni particolari. Per esempio, che YouTube, offerto gratis al mondo da Google, sottrae un sacco di soldi al motore di ricerca. Alla faccia dei costi marginali declinanti: solo la banda per trasmettere i video (il cui prezzo, per Anderson, volge inesorabilmente verso lo zero, ndA) costa 362 milioni di dollari l’anno. Nel complesso le stime dicono che il sito per la condivisione di video perde 470 milioni di dollari l’anno.

A mio avviso, si può tranquillamente sostenere che l’economia del gratis, nonostante sia di evidente attrazione soprattutto nei confronti degli utenti, non funzioni come modello di business a sé stante. La conclusione è di per sé banale ma assolutamente logica: chiunque sa che nel mondo dei beni materiali se non si coprono i costi si chiude baracca. La situazione globale di crisi impone poi alcune riflessioni, e sembra che l’economia della scarsità torni a chiedere il conto a quella dell’abbondanza. È poi evidente che anche la mentalità degli utenti di Internet sia destinata a mutare: ci si deve rendere conto che laddove c’è un servizio, ci sono persone che lavorano e che sono (o dovrebbero essere!) retribuite per far funzionare tale servizio. Ci sono dei costi anche nel mondo digitale, e questi costi vanno coperti per garantire dei ritorni d’investimento adeguati. Se poi il gratis fa parte di strategie economiche più ampie ed innovative ben venga ma togliamoci dalla testa l’idea che tutto ciò che può essere sfruttato nella Rete possa essere gratuito perché potremmo presto restare molto delusi. Il punto è che spesso i servizi del Web sono “free” nel senso che non dovrai usare direttamente il portafoglio o la carta di credito per pagarli; li pagherai però in altri modi: con la pubblicità, con i dati profilati, con l’uso di una piattaforma invece che un’altra… Oppure li pagherà qualcun’altro per te (l’esempio del portale turistico Atrapalo è più che calzante!).

È forse questo che l’utente medio non ha ancora capito del tutto.

I web-comics su Camminando Scalzi.it

I nostri abituali lettori sapranno che periodicamente proponiamo a fondo articolo una vignetta o una strip che completa il post con un pizzico di satira e/o ironia.

Questi piccoli contributi artistici provengono dai fumettisti del web, ragazzi che grazie alle nuove tecnologie sono riusciti a diffondere i loro fumetti ad un ampio pubblico e a crearsi una cerchia di lettori abituali… Cosa che senza internet sarebbe stata piuttosto ardua! Camminando Scalzi vuole essere per questi disegnatori una vetrina, un modo per farsi conoscere e per accrescere ancor più la loro popolarità !

Abbiamo quindi creato la pagina “Web-comics”  che raccoglie tutte le vignette apparse sulla blogzine e ci ripresenta ogni singolo autore.

In attesa delle prossime collaborazioni vi invitiamo a riscoprirle tutte!

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Il web e la burocrazia: a che punto siamo?

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Un nuovo collaboratore su Camminando Scalzi.it

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Vi presentiamo il nostro nuovo collaboratore, Paolo Ratto. Laureato in Scienze della Comunicazione, esperto di internet e autore di un blog (che vi consigliamo di visitare, come sempre), Paolo cerca di spiegare e illustrarci l’importanza rivoluzionaria del Web, e di come possa cambiare la vita quotidiana delle persone (esperte e non). In questo primo articolo ci parla della burocrazia online. Buona lettura![/stextbox]

Qualche giorno fa era Halloween, giorno in cui i Celti celebravano l’incontro tra il mondo dei vivi e quello dei defunti. Non potevo cogliere momento migliore per “parlare” di quello che considero uno dei più pericolosi “morti viventi” della società moderna: la burocrazia.

burocraziaLa burocrazia è riconosciuta universalmente come “l’organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità ed impersonalità. Il termine, definito in maniera sistematica da Max Weber indica il “potere degli uffici” (dal francese bureau): un potere (o, più correttamente, una forma di esercizio del potere) che si struttura intorno a regole impersonali ed astratte, procedimenti, ruoli definiti una volta per tutte e immodificabili dall’individuo che ricopre temporaneamente una funzione“.

Negli ultimi tempi, anche in Italia, si sente spesso parlare in riferimento all’apparato burocratico dei tentativi di snellire le pratiche, di superare gli stalli, di accelerare i processi, in tutti i campi economico-sociali, ma soprattutto nella Pubblica Amministrazione.

In molti invocano il passaggio in toto all’ e-government, visto dagli esperti come il paladino nella lotta agli sprechi di tempo e denaro.

Ma cosa si intende esattamente per e-government? Quando si parla di e-government -ossia “amministrazione elettronica”- si fa riferimento a tutti quei servizi pubblici che possono essere svolti senza difficoltà attraverso internet: dalle semplici ricerche di informazioni a servizi più complessi, che normalmente richiedono carte da compilare, code da affrontare e tanta burocrazia da sopportare.

I lati positivi sono molti: l’uso di internet rende più facile e più diretta la comunicazione, ci sono meno costi sia per gli utenti che per l’amministrazione e le procedure sono molto più rapide.

Molte sono le amministrazioni regionali e locali che hanno deciso di seguire questa via. Sono di questi giorni le notizie della “conversione” di Roma all’amministrazione digitale con il “patto” tra Alemanno e Brunetta e dell’aumento della quantità e qualità dei servizi on-line nella PA di Toscana ed Emilia Romagna … e molteplici sono gli esempi in tutta la Penisola.

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Ed è proprio il ministro della PA Brunetta che sta spingendo molto l’acceleratore su questo tema , anche in maniera piuttosto ambiziosa: si pensi al Piano e-gov 2012 o al dibattito sulla tanto criticata PEC (posta elettronica certificata), considerata dal ministro passo fondamentale per lo sviluppo dell’e-gov, e dai detrattori (tra cui voci del calibro di Guido Sforza, presidente dell’Istituto per le Politiche dell’Innovazione) una mossa avventata -oltre che monopolistica!- per la privacy dei cittadini (un soggetto privato controllerebbe una sorta di “anagrafe dei domicili informatici”) e secondaria dinanzi ai problemi derivati dal “digital divide”.

Per Digital Divide si intende, alla lettera, “divario digitale”: esso viene inteso come la divisione tra chi può accedere alle nuove tecnologie di comunicazione ed informatiche e chi no, principalmente a causa di condizioni economiche, dell’istruzione e dell’assenza di infrastrutture. Secondo le ultime ricerche di Giancarlo Livraghi, sembra credibile che il numero di persone online in Italia si possa collocare (secondo diversi criteri di frequenza d’uso) fra i 17 e i 21 milioni, che su una popolazione di poco più di 60 milioni, rappresentano un ottimo bacino d’utenza, da cui però restano fuori alcune fasce sociali, anagrafiche e/o geografiche importanti.

Lo stesso Obama, negli USA, sta avendo qualche problema nel tentativo di rivoluzione internettiana della burocrazia federale. Il presidente si sta già scontrando con attrezzature vecchie e regolamenti troppo vincolanti, che sembrano impedirgli di portare a compimento in breve tempo quello che era uno dei punti della campagna elettorale.

Scendendo poi dal macromondo nazionale ed internazionale al mio micromondo personale, voglio riportare un’esperienza di questi giorni che ben fotografa il momento attuale di “vorrei ma non posso”, e dimostra che tutti noi siamo ancora intrappolati nelle strette maglie della burocrazia (sfido chiunque a sostenere il contrario!).

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Ieri ho (finalmente!) completato il lento e macchinoso iter burocratico per poter usufruire di una borsa di studio Erasmus, assegnatami presso l’Università di Strasburgo.

E con cognizione di causa posso sostenere che dove sarebbero potute bastare alcune mail, al massimo “supportate” da un paio di fax, mi sono trovato di fronte ad un percorso Kafkiano ad ostacoli fatto di firme, timbri, raccomandate con ricevuta di ritorno, che avrebbe potuto mettere alla prova anche il burocraticissimo Luigi XIV!

Il fatto poi che il paese in cui mi stia dirigendo sia proprio la Francia (paese in cui ancora oggi ci sono delle università destinate a “sfornare” i burocrati del domani, alle quali si accede dopo un anno di scuola preparatoria e un esame molto difficile, che assicura la partecipazione solo ai migliori, perché la burocrazia deve essere efficientissima!) ha aggiunto un pizzico di ironia pirandelliana alla situazione…

A che punto siamo quindi? Qualcosa si muove, non si può negare. Certo, la via è ancora lunga. Resto convinto comunque che si debba tentare di dissolvere il mostro burocratico dapprima in apparati sociali più “ridotti” ed in cui il digital divide non rappresenti un problema. Mi riferisco, per esempio, proprio all’Università, in cui le infrastrutture mediamente funzionano e l’anagrafica e l’istruzione non dovrebbero rappresentare un ostacolo. In seguito si può tentare di affrontare la sfida in ambiti ben più “affollati” ed eterogenei quali la Pubblica Amministrazione.

Vi lascio con un ultimo dubbio sorto nella mia mente quando, giunto all’ufficio postale del mio quartiere, dopo mille peripezie, una volta spedita la lettera contenente tutte le pratiche necessarie alla mia iscrizione all’ università estera, sono stato invaso da una sensazione piacevole: forse la burocrazia esiste proprio per il sublime senso di appagamento che si prova quando la si sconfigge…

Paolo Ratto