Una partita che si gioca… un quarto di secolo fa

Erano gli anni ottanta. Tutto era diverso. C’era ancora l’Unione Sovietica, il Muro di Berlino era ancora in piedi, passava la cometa di Halley, i Duran Duran spopolavano fra le ragazzine, Berlusconi comprava il Milan, esplodeva una centrale nucleare a Chernobyl e Maradona entrava nella leggenda con la “Mano de Dios” ed un gol pazzesco contro l’Inghilterra. Ma se si chiede ad un napoletano quale avvenimento ricorda del 1986, qualsiasi appassionato di calcio citerà la vittoria a Torino del 9 novembre. Il team di Ottavio Bianchi giocò un match memorabile andando a espugnare il “Comunale” (per oltre metà ospitante tifosi azzurri) per tre a uno, dopo aver rimontato l’iniziale vantaggio bianconero firmato da Laudrup con i gol di Ferrario (uno che andava nella metà campo avversaria tre volte all’anno), Giordano e Volpecina. Cosa significò per i napoletani lo spiega meravigliosamente Maurizio De Giovanni, un bravo scrittore partenopeo, nel suo libro “Juve-Napoli 1-3. La presa di Torino“. Quelli che per anni erano stati i “nemici di sempre” erano stati battuti. La ricca Juventus, dei ricchissimi e potentissimi Agnelli, simbolo del nord industrioso contro il sud meno sviluppato e che cercava una rivalsa nel mondo pallonaro.

Difficile non vedere un déjà-vu con quanto sta accadendo oggi, nel 2012. Entrambe le squadre appaiate in cima alla classifica, la Juventus considerata come la favorita numero uno al titolo, la giornata di campionato quasi uguale (ottava adesso, nona un quarto di secolo fa), la stessa speranza di coloro che intraprenderanno il viaggio verso il nuovissimo “Juventus Stadium“, capolavoro di architettura per visuale e comfort ma decisamente piccolo e che non potrà ospitare i quasi trentamila napoletani come nel 1986, nemmeno il dieci per cento. Intendiamoci, ci sono tante cose diverse. L’attuale squadra bianconera è decisamente la più forte del paese, forte di uno scudetto vinto meritatamente lo scorso anno, di una rosa molto competitiva, di un allenatore che per quanto bistrattato è senza dubbio bravissimo, ma soprattutto di un record di imbattibilità che dura da oltre un anno. La differenza con il Napoli sembra molto più marcata rispetto a quanto accadde anni fa. Però… c’è chi rivede in Cavani il fervore che soltanto il più grande giocatore di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, aveva saputo dare ad un intero popolo. I suoi scudieri non sono Giordano, Carnevale e De Napoli, ma Pandev, Hamsik e Maggio.

No, decisamente non è una partita come le altre. Potrebbe anche non decidere nulla, è ovvio, siamo appena ad ottobre e questa lotta a due potrebbe anche spezzarsi in favore di qualcuno. Ma è da ingenui pensare che sabato 20 ottobre qualsiasi tifoso napoletano non si paralizzerà a seguire i propri beniamini, sognando quello che qualcuno vorrebbe tanto rivivere e quello che qualcuno vorrebbe vivere per la prima volta. Dall’altro lato ci sono la consapevolezza di essere la squadra più vincente della storia italiana a livello di scudetti (ventotto, ma come si evince da battute sempre più frequenti per qualcuno sono di più) e la pressione dello scomodo ruolo di favorito, ma anche per gli juventini sarà una gara tutta da seguire, proprio perché un testa a testa del genere non capita tanto spesso (soltanto nella stagione 1974-1975 Juventus e Napoli avevano battagliato per il titolo, andato poi a Bettega e compagni) e perché c’è appunto una imbattibilità da difendere. Voglia di vincere da ambo le parti dunque, con la consapevolezza che magari anche questa partita entrerà negli annali della storia del calcio, e magari qualcuno ci scriverà un libro per raccontare quanto accaduto in terra piemontese alle nuove generazioni.

Sfide del genere fanno solamente bene al nostro calcio, ultimamente fin troppo in ribasso. Se ci si ricorda che si tratta comunque di sport e non di questioni vitali, allora ci si può decisamente abbandonare a questa passione anche con settimane di anticipo. Che i tifosi delle due squadre si godano l’incontro, così come probabilmente faranno anche quelli di tutte le altre compagini, perché tutti vogliono veder fare la storia.

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Per me va bene, si può giocare la finale di Champions League all'Allianz Arena

Si è parlato tanto dell’Allianz Arena, lo stadio dove gioca il fortissimo Bayern Monaco. Personalmente ho avuto l’opportunità di conoscere l’impianto a trecentosessanta gradi, in quanto essendomi recato in Germania in qualità di giornalista per seguire il match fra i padroni di casa ed il Napoli (valido per il girone di Champions League) ho potuto testimoniare cosa sia l’organizzazione tedesca. Vi racconto com’è andata.

L’impianto lo avevo già visto il giorno prima arrivando dall’aeroporto, ma vederlo illuminato con colori così “caldi” (in questo caso il rosso del Bayern) è impressionante. Il mio autobus mi lascia fuori il settore ospiti, visto che viaggiavo con dei tifosi, quindi inizio ad incamminarmi chiedendo dove fosse la tribuna stampa. La polizia sembra non saperlo, finchè un agente non mi dice (in perfetto inglese) che si trova duecento metri più in là. Cammino assieme al cameraman ma in pratica ci ritroviamo nella zona parcheggi. Immensi, facilmente accessibili in quanto tutto attorno allo stadio non ci sono abitazioni ma tantissime rampe che conducono all’interno (in pratica sia per entrare che per uscire ci vogliono cinque minuti, anche se ci sono sessantamila spettatori). Ammiro la cosa, ma devo ancora risolvere il problema. All’ingresso dei parcheggi ci sono gli steward e ne noto una che entra di diritto nella top-five delle donne più belle che abbia mai visto. Vi tralascio i particolari, ma lei ci lascia passare e ci troviamo nelle rampe interne, che sono come uno di quei quadri dove non capisci se quelle scale sono in salita o in discesa. Ad un certo punto ci ritroviamo in alto e vediamo lo stadio… sotto di noi!

Scendiamo una rampa lunghissima ed arriviamo in un piazzale dove ci sono mille stand che vendono magliette, gadget, cibarie (ovviamente nessun abusivo). Il clima è disteso e festoso, quasi quasi mi fermerei a dare uno sguardo. Fuori ad un cancello trovo l’unico tedesco che non parla inglese, ma per fargli capire che siamo giornalisti comincio a nominare quotidiani tedeschi. Lui capisce e sempre in tedesco mi dice dove andare; io faccio lo stesso in italiano ma capisco dai gesti. Finalmente arriviamo all’entrata della tribuna stampa… e qui comincia la meraviglia. Dopo aver detto il cognome loro ti lasciano passare con una card attraverso dei tornelli stile metropolitana e ti consegnano un braccialetto. Mentre il mio cameraman lascia la telecamera agli incaricati (gentilissimi e celeri) in quanto non avendo i diritti possiamo trasmettere solo dopo il termine dell’incontro, io mi faccio dare i dati per il wi-fi (incredibilmente potente, anche nei bagni). Accediamo alla sala-buffet, ma sarebbe riduttivo chiamarla così. Una tavolata enorme piena di ogni tipo di cibo, bibite a volontà, tavolini e poltrone comodissime. Siamo tantissimi là dentro, ma anche se entrassero altre trecento persone ci sarebbe posto per tutti. Le hostess si avvicinano in continuazione chiedendo “italiano?”, e già questo basterebbe. Mi servo e mi accomodo accanto a Luca Marchegiani, che mi saluta come se sapesse chi sono.

Mentre mi guardo attorno e seguo le immagini sui maxischermi posti attorno alla sala, mi dimentico completamente della partita. Quando mi sveglio dall’incanto vado in tribuna stampa prendendo posto una fila avanti ai telecronisti. Scatenato come sempre Raffaele Auriemma, cronista del Napoli, ma forse lo è ancora di più il suo omologo tedesco. Arriva il foglio delle formazioni, mentre sui maxischermi partono le immagini di circostanza. Settore ospiti già pieno, stadio semivuoto. La vista del campo è eccellente, potrei colpire la gente in panchina lanciando il mio portatile. Una ragazza che vende ciambelle (quelle annodate, che sembrano giganteschi pretzel) mi spiega come funziona per comprare le bibite: in pratica ti danno una card ricaricabile con la quale fai gli acquisti, niente soldi in contanti. Naturalmente sono già pienissimo, dopo aver abusato del buffet, quindi non mi occorre niente.

C’è una umidità pazzesca, sembra di vedere una nuvola che ti viene addosso. Avete presente quei ristoranti che d’estate spruzzano quelle goccioline sui tavolini all’esterno per rinfrescare? Ecco, uguale. Si sta bene però, al coperto e con la tribuna riscaldata. Inizia la partita, sulla quale sorvolerò, ma la cornice è splendida. Calorosa e colorata la curva tedesca (stupenda la scenografia pre-gara), rovente come sempre il settore ospiti. Nell’intervallo penso che è così che si dovrebbe vedere una partita di calcio, ma quando partono le immagini dei gol da tutti gli altri campi me ne convinco ulteriormente. A fine partita riscendo nella mixed-zone per le interviste e mi accorgo che rispetto a quella alla quale sono abituato siamo anni luce avanti. C’è spazio per tutti ed intervistare i protagonisti è un gioco da ragazzi. Raccolgo i pareri di Rummenigge (in perfetto italiano, un vero signore) e Dzemaili. Dopo, finito il lavoro, mi accingo ad uscire, ma c’è tempo per un’altra sorpresa: mi lasciano un souvenir. C’è poco da dire, hanno avuto il mio consenso. La finale della Champions League 2011/2012 si può giocare all’Allianz Arena.

Chiudo con una top-five dei momenti più toccanti della trasferta.

1) Lo speaker tedesco che annuncia il gol. Dopo il consueto “Al minuto tot ha segnato…Marioooo..” ed il pubblico “Gomeeez!” (tre volte) c’è un qualcosa si particolare. Lo speaker dice “Scusate…mi potreste dire il punteggio? Bayern?”. Il pubblico  “Unooo”. “Napoli?” “Zero”. “Grazie!”. “Prego!”. Discorso surreale.

2) L’organizzazione del negozio ufficiale. Preso d’assalto da una miriade di tifosi (in un negozio in Italia manco si sarebbe riusciti ad entrare) non perdono la calma ed in cinque minuti entri, compri ed esci tramite un sistema a catena di montaggio.

3) All’entrata dell’HB, la più famosa birreria del mondo, il mio cameraman mi chiede: “Ci saranno napoletani?”. Aprendo la porta veniamo accolti da un boato: “Juventino pezzo di…”. Si, decisamente c’erano.

4) Passa il pullman a prenderci in albergo per portarci in aeroporto dall’hotel: strada a senso unico, traffico bloccato per 6-7 minuti, una fila lunghissima di macchine si crea dietro di noi. Nemmeno un colpo di clacson.

5) Sull’autobus che ci porta dal gate all’aereo (questo a Napoli, prima della partenza) un tizio chiede ad un amico (e diceva sul serio, ve lo giuro) “Senti, ma sull’aereo se mi sento male posso aprire il finestrino?”.

La vecchia e sempre nuova leva del Pop Italiano

Anche quest’anno l’autunno ci ha regalato l’uscita di nuovi album pop melodici italiani; in particolare, di quattro cd che segnano il ritorno di altrettanti artisti/gruppi della nostra Italia che canta e che sa scrivere canzoni.

La fine di settembre ci ha presentato l’uscita del nuovo lavoro di Michele Zarrillo dal titolo “Unici al mondo”. Il cantautore romano si presenta al pubblico dopo il successo de “L’alfabeto degli amanti” con queste nuove dieci canzoni. Come nel suo stile, l’album ci porta a esplorare amore, sogni, rimpianti e riflessioni sociali. La grafica dell’album si presenta in forma veramente “intima”, con poche foto e l’attenzione di chi sfoglia il “libretto” tutta concentrata sui versi delle canzoni. Buona la composizione e gli arrangiamenti, e bravissimi i musicisti (notevole la parte ritmica composta da Lele Melotti alla batteria e Paolo Costa al basso) .Bello questo nuovo lavoro anche se forse ricalca un po’ troppo lo stile ed i temi tipici del cantautore. La parte molto “intimista” restano però sempre il fascino ed il cardine del nostro Michele.

L’artista inizierà il tour nel prossimo inverno, e possiamo già darvi le prime date:
03 Dicembre. Torino
12 Dicembre. Firenze
13 Dicembre. Milano
20 Gennaio. Bologna
21 Gennaio. Roma
27 Gennaio. Padova

Sempre di fine settembre è il nuovo lavoro degli Stadio. La band affiancata dietro le quinte da Saverio Grandi nel ruolo di produttore e musicista danno nuovo repertorio a un’attività artistica che negli ultimi anni è sempre stata ricca di nuove idee. Dopo “Gaetano e Giacinto” di quest’estate, “Diamanti e caramelle” (che dà anche il titolo all’album) è il nuovo singolo, composto insieme ad Andrea Mingardi e dedicato ai calciatori Scirea e Facchetti. Una nota solidale: i proventi ricavati da questa canzone saranno devoluti alle onlus fondate in onore dei due campioni. Undici nuovi brani e una bonus track che vede alla voce anche Noemi in una riproposizione de “La promessa”, il brano che apre il cd.
Un parere del tutto personale è che le melodie siano un po’ qualitativamente in ribasso dopo che gli Stadio ci hanno abituato ad album quali “Parole nel vento” e “Diluvio Universale”.

Gli Stadio incontreranno il pubblico in queste date:
12 Novembre. Salsomaggiore
19 Novembre. Torino
22 Novembre. Milano
26 Novembre. Padova
01 Dicembre. Firenze
16 Dicembre. Roma
17 Dicembre. Bologna

“Decadancing” è invece il nuovo – e pare ultimo – lavoro di Ivano Fossati. Ebbene sì: pare che il cantautore, arrivato a sessant’anni, abbia deciso di uscire di scena per riassaporare la sua vita e per non voler proseguire oltre in un mestiere dove ha dato tutto. Una scelta meditata, come questo album, dove gli arrangiamenti sono stati studiati alla perfezione. Pochissima elettronica e tantissimi dettagli, che delineano un album forse con poche idee nuove, ma con tanta voglia di suonare. Si sente il tocco dell’esperienza in questi dieci nuovi brani, anticipati dal singolo “La decadenza”, nelle radio da qualche settimana. Un bell’addio dai riflettori caro Ivano. Forse veramente ci hai detto tutto o forse la vita, compresa quella artistica, va capita ed apprezzata per quello che è, con la semplicità ed allo stesso tempo con tutta la complicatezza che nasce dal vivere quotidiano.
Il 9 Novembre partirà un lungo tour nei teatri italiani che durerà fino a febbraio, per chiudere in un tripudio di note la carriera di questo cantautore che ha dato tanto alla musica italiana.
Per conoscere le date vi invito a visitare questo sito

Infine parliamo di “Dove comincia il sole Live” dei Pooh. Dopo il successo dell’album dello scorso anno – il primo senza Stefano D’Orazio – i Pooh escono con questo doppio cd live disponibile anche in DVD. Ci sono canzoni nuove e grandi successi del passato, riproposti da Roby Facchinetti, Red Canzian e Dody Battaglia con il pregiatissimo supporto di Phil Mer, Ludovico Vagnone e Danilo Ballo. Nuova linfa e – udite udite, fan dei Pooh – la riproposizione live di brani quali “L’anno, il posto, l’ora” e “Il tempo, una donna, la città”. Tutto più facile con sei musicisti provare a riportare in un concerto i brani del pop-sinfonico degli anni settanta targato Pooh. Il concerto è stato registrato durante l’ultima tappa del tour, il 27 Agosto al castello di Este. Un live ben fatto. Da profondo amante dei “vecchi” Pooh e da persona non soddisfatta da quello che il gruppo ci ha regato dal 1996 in poi (“Amici per sempre”) trovo nuova linfa e nuovo gusto a portarmi questo cd in ogni posto. “Dove comincia il sole” era il presagio di una nuova vita artistica, il live ne è la conferma.
Buon ascolto!

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A day at Anfield Road

Bella domenica calcistica. Il Mlan vince di slancio, il cuore del Napoli riacciuffa meritatamente la Roma al novantesimo, l’Inter è brava e fortunata ad Udine ed il Palermo fa il colpaccio a Torino.

Questa giornata però io me la sono persa. Eh si, perchè ero allo stadio, ma in Inghilterra, a Liverpool, nel mitico Anfield Road, per la gara interna dei Reds contro il Blackburn Rovers. Lasciate che vi parli un po’ di questo tanto famoso “modello inglese“, che si vuole prendere come modelloda imitare. Già il sabato vado a cercare di ritirare il biglietto che avevo comprato on-line con carta di credito (un’impresa farlo, solitamente i biglietti vengono esauriti dopo mezz’ora, lo stadio è sempre tutto esaurito) e per arrivare ad Anfield Road prendo lametro per Kirkaldy, che dista comunque un bel po’. Passo per una zona non certo residenziale e davanti allo stadio dell’Everton che dista meno di un chilometro in linea d’aria da quello del Liverpool. Scopro che la biglietteria è chiusa e dovrò prenderlo il giorno dopo prima della partita (mi preoccupo un po’), ma ne approfitto per andare allo store (molto bello) e fare foto (con la statua di Billy Shankly era d’obbligo). Non si può fare il tour dello stadio (fonte d’entrata eccezionale per il club) perchè una marea di turisti ha avuto la mia stessa idea ed è tutto prenotato per tutto il giorno. Quindi…tutto rimandato al football-day.

Arrivo verso mezzogiorno (calcio di inizio alle 3) e vado subito in biglietteria. Coda lunga, mi preoccupo. Steward disponiblissimi ci aiutano ed impiegati ancora più veloci fanno in modo che in cinque minuti io esca col biglietto in mano. Decido che per ingannare il tempo è il caso di comprare il “Programma della partita“, una rivista di un’ottantina di pagine riguardante il match ma che è collegata a quella precedente (tipo ogni numero parlano di un’annata dei Reds) col venditore che mi chiede se sono uno “yankee“. Mentre mi sorseggio una Carlsberg (ah Corona mia qunto mi manchi!) vedo gente che si ingozza di patatine e schifezze varie mentre il mio pranzo sono due barrette di cioccolato. Cerco di raggiungere la curva ma una folla tremenda mi si para davanti. Capisco che sta arrivando il pullman del Liverpool e bloccato fra ragazzine che urlano riesco solo a gridare qualcosa in spagnolo a Torres. All’una e mezza aprono i cancelli ed io sono in fila quando m’accorgo che di fianco a me stanno passando i tifosi del Blacburn, senza scorta e con sciarpe e maglie ben in vista. Tutto tranquillissimo, chiacchierano e ridono ed al loro ingresso li attende un cartello “Welcome Blackburn supporters“. Entro allo stadio, lo steward mi perquisisce e mi lascia passare. Rigorosa fila indiana, apoteosi dell’educazione e tutto fila velocissimo. Dentro lo stadio salgo le scale e mi sembrano uguali a quelle che c’erano al liceo Sbordone (liceo scientifico di Napoli, ndr), un clamoroso tuffo nel passato. Sopra nei corridoi…bar, agenzie di scommesse, televisori che trasmettono Sky e bagni incredibilmente puliti. Prendo poso in curva e mi scende una lacrima pensando a chi a volte si lamenta del clima dell’Italia del sud…pazzi che non sanno cosa sia “il freddo”. Con le mani atrofizzate leggo il programma, visto che fino alle tre meno dieci sono da solo (vedo alla mia sinistra gente che mangia a tavola come fossero al ristorante dietro ai palchi e la cosa mi rode non poco). Alle tre….stadio stracolmo. Canto le canzoni e quasi mi commuovo alla sciarpata di “You’ll never walk alone“.

Ma poi…finito. Tifo…poco, attimi di silenzio (in uno stadio!!!) tantissimi. Solo un indiano di fianco a me grida in continuazione cercando di coinvolgere tutti. Le bandiere compaiono solo all’inizio così come i teloni copricurva. Ci si alza quando c’è un’azione pericolosa (se uno non lo sa rischia di perdersi il gol) e ogni tanto si grida “Referee” (Arbitro) anche senza motivo. Il Liverpool vince, il Blackburn meritava il pari. Segnano Gerrard e Torres (due campioni) e si esce felici. Gli steward sono impeccabili, ma vi assicuro che quando anche il più scalmanato si comporta da gentiluomo non è difficile.

Non biasimerò mai più quelli che lo fanno in Italia, è davvero un altro mondo.

Col freddo che mi sta uccidendo riesco a tornare alla metro, convinto che i biglietti in Inghilterra sono cari ma assai proporzionati all’ottimo servizio ricevuto. La partita la vivi molto di più in Italia, ma molto molto molto di più. Anfield Road resta un mito, non immaginate quanti turisti c’erano a vedere la partita, ma vedere un Napoli-Roma ti emoziona maggiormente. Un’esperienza da fare comunque, assolutamente. Del resto…they’ll never walk alone.

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Balotelli e l'ipocrisia razzista

Ci risiamo.
Anche ieri a Bordeaux si è sentito il coro: “Se saltelli muore Balotelli”, intonato nel settore dei tifosi della Juventus.
Dopo questo scorretto jingle, Buffon e Secco sono andati sotto la
curva a cercare di persuadere i 300 dal cantare, inutilmente.
Ci ha provato allora
lo speaker dello stadio ricordando che a Bordeaux il razzismo non è accettato (in quali città francesi quindi è accettato?).
Dopo essere stati rimproverati, i 300 tifosi si sono calmati, hanno ripreso fiato e hanno intonato:”Un negro non può essere
italiano”.
Lì scommetto che Secco ha pensato “Cazzo era meglio il primo coro”.
Punto 1 – Il primo coro non è razzista, è un coro
da stadio, vecchio quanto il “Devi Morire” intonato quando un
avversario rimane a terra infortunato.
Non ho mai sentito allo
stadio “Coraggio riprenditi”, o “Avversario facci un gol”.
Non è il rugby.
Punto 2 – Il secondo coro è razzista, ovvio. Ma finchè ci sono
Ministri della Repubblica Italiana che inneggiano all’inesistente
“Padania”, perchè stupirsi? Quelle persone sono state elette dal
popolo. Li rappresentano. Perchè stupirsi?
Prima di tutto, puniscano tutti i rappresentanti dei cittadini che si macchiano di razzismo, dai parlamentari -http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/15/calderoli.shtml –  ai comunali – http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/il-white-christmas-di-brescia.html – . Solo così si può urlare allo scandalo dei cori razzisti negli stadi senza ipocrisia.
Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti per bene. (Altan)

Ci risiamo.

balotelliAnche ieri a Bordeaux si è sentito il coro: “Se saltelli muore Balotelli”, intonato nel settore dei tifosi della Juventus.

Dopo questo scorretto jingle, Buffon e Secco sono andati sotto la curva a cercare di persuadere i 300 dal cantare. Inutilmente.

Ci ha provato allora lo speaker dello stadio ricordando che a Bordeaux il razzismo non è accettato (in quali città francesi quindi è lo è? ).

Dopo essere stati rimproverati, i 300 tifosi si sono calmati, hanno ripreso fiato e hanno intonato: “Un negro non può essere italiano”.

Lì scommetto che Secco ha pensato “Cazzo era meglio il primo coro “.

Punto 1 – Il primo coro non è razzista, è un coro da stadio, vecchio quanto il “devi morire” intonato quando un avversario rimane a terra infortunato.  Non ho mai sentito allo stadio un “coraggio riprenditi”, o “avversario facci un gol”.

Andiamo, non è il rugby.

Punto 2 – Il secondo coro è razzista, ovvio.

Moneta Lega CLP 003Espressione di una mancanza di cultura e civiltà che in Italia è dominante. Viviamo in una provincia che spera nella botta di culo.  O per dirla alla Diogene: Preferisco avere una goccia di fortuna che una botte di saggezza”.

Quello che penso sempre in questi casi è che finchè ci sono Ministri della Repubblica Italiana che inneggiano all’inesistente “Padania“, perchè stupirsi? Quelle persone sono state elette dal popolo. Li rappresentano. Perchè stupirsi?

Perchè non puniscono  tutti i rappresentanti dei cittadini che si macchiano di razzismo? Dai parlamentari http://www.corriere.it/Primo_Piano/Politica/2006/01_Gennaio/15/calderoli.shtml –  ai comunali – http://www.camminandoscalzi.it/wordpress/il-white-christmas-di-brescia.html – .

Se lo facessero, allora si potrà urlare allo scandalo dei cori razzisti negli stadi senza ipocrisia.

Questo deprecabile razzismo da stadio sta rovinando l’immagine di milioni di razzisti per bene. (Altan)