La repubblica del Medioevo

Nel Paese in cui si vuol fare un’interrogazione parlamentare dopo una partita di calcio, dove il governo continua a fare i propri comodi per rilanciare l’Italia, dilaniando ulteriormente il mondo del lavoro, assistiamo all’ennesimo spiacevole salto nel passato.

Le cosiddette “sentinelle in piedi”, un gruppo di ultracattolici anti-gay, manifesta in silenzio – tra l’altro in un modo molto più funzionale e diretto di tante altre manifestazioni, perlomeno dal punto di vista mediatico – per protestare contro il cosiddetto “ddl Scalfarotto” che aggiunge a una legge già presente (http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_Mancino) un inasprimento delle pene anche per i reati di omofobia, oltre che razziali, religiosi ecc. Sembra Medioevo, e invece è accaduto oggi, nel 2014. Mentre ogni anno si fanno infinite battaglie per i diritti degli omosessuali, per la famiglia di fatto e per cercare di riportare in qualche modo alla normalità una condizione che si è trasformata in “anormale” per questioni di bigottismo e conservatorismo spinto, un gruppo di persone si riunisce per protestare contro qualcuno che vuole che i colpevoli di reati omofobi siano puniti.

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I miei giochi (London 2012) – Parte I

26 – 7

Ho cercato fino all’ultimo istante qualcuno che fosse interessato al mio racconto, non trovando nessuno, scrivo qui la mia Londra olimpica.
Non scrivo che Londra è ad oggi ancora un cantiere (lo è), e neanche che i londinesi si sono divisi sull’argomento a cinque cerchi, alcuni ci stanno e altri come dire.. preferiscono andare a Creta, lontano da tutto questo fracasso; tutto questo lo troverete leggendo gli speciali di Londra 2012, sui siti del mondo.
Vi racconterò invece quello che mi accade intorno e che io raccolgo. Il mio viaggio è iniziato da Catania, dove una lenta e inaspettata pioggia mi ha introdotto all’UK; poi a Fiumicino il primo sorriso: ai controlli con Massimiliano Rosolino, il mio turno è subito dopo il suo. Il poliziotto mi controlla il documento e poi mi guarda e mi dice: “in bocca al lupo” e io, senza esitare, mordendo la mia pizza, “crepi!”. Non so se vincerò anch’io la medaglia d’oro, ma se dovesse succedere la dedicherò a quell’agente di polizia. Con il sorriso è iniziato il mio viaggio inglese: sul Roma – Londra viaggio con la spedizione azzurra del canottaggio, sei uomini e una donna; c’è Sartori, mica robetta, un oro olimpico a Sidney 2000, e tre presenze a cinque cerchi. 202 cm di gentilezza per un atleta dal fisico incredibile, e molto cortese nei confronti di una bambina preoccupata dall’atterraggio a Heatrow.

Poi, la valigia rotta, la carta di credito bloccata e l’adattatore elettrico guasto.

 

27-7

La spedizione azzurra indossa ai Giochi il completo EA7 (Armani), saprete già che le tute sono blu o bianche, e che negli interni è ricamato l’Inno di Mameli, ma quello che forse non sapete, è che i ragazzi azzurri hanno proprio tutto di EA7. Dalle scarpe da passeggio alle tute, dalle polo ai borselli, dalle valigie agli occhiali da sole, dall’orologio alle cuffie per l’iphone o ipad. Il loro accredito contiene inoltre una speciale Oyster Card Pink. La Oyster card è una tessera solitamente prepagata dall’utente che la utilizza nei mezzi pubblici (Bus, Metro), senza dover fare la fila per acquistare il biglietto, e soprattutto per risparmiare negli spostamenti; per fare un esempio una semplice corsa in metro costa 5£, con la card 2£, basta strisciarla in metro e bus e vi si apriranno le porte. Solitamente è blu o con dei disegni particolari. Per tutti gli atleti di tutte le discipline, in rappresentanza di tutti i paesi, la Oyster è speciale, per gli italiani (forse per tutti i paesi) è rosa come detto, ma soprattutto è Open. Possono quindi utilizzare tutti i mezzi, tutti i giorni, gratis; una buona opportunità, che però credo che gli atleti non utilizzeranno, se non al termine delle proprie gare.

A proposito di Oyster Card..

Il mio arrivo a Heathrow è stato traumatico perché la mia valigia era aperta e il lucchetto rotto, ma non credo mi abbiano sottratto qualcosa, forse nello scaricare i bagagli gli addetti non hanno utilizzato molta delicatezza. Dall’aeroporto di Londra si prende il trenino express per Paddington e poi la metro per il centro. Io ho preso per Victoria, e poi direzione casa, vicino Westminster Cathedral, però prima la Oyster Card. Si fa solitamente in metro con le apposite macchinette oppure in un punto assistenza. Non volevo fare la fila e perdere tempo, credevo fosse semplice, ma ho pagato con Carta di Credito e ho avuto dei problemi con il Code, e dopo tre volte mi si è bloccata la carta. Brutto inizio, ma adesso non digito più il codice, ma striscio e firmo . Ad Acireale avevo comprato l’adattatore elettrico, perché in Uk la spina elettrica ha un diverso design e anche un diverso voltaggio; ma una volta a casa mi sono reso conto che ho speso male i 7 euro, per una spina che dovrebbe agevolarmi in tutte le parti del mondo, ma che invece si è rivelata una truffa.

Per fortuna qui con 50p nei supermercati la si trova ed è seria;

Un'Italiana a Bruxelles: la Nazionale agli Europei

Non sono mai stata una grande tifosa. Non seguo il calcio, non ho una squadra del cuore e mi disgusta ricordare che in Italia ventidue società e cinquantadue giocatori sono in attesa di essere processati per un giro di scommesse da milioni di euro.

Ciononostante, è difficile non rimanere affascinati da quell’aura di socialità e senso di appartenenza che rapisce la ragione di chiunque osi mettersi a parteggiare di fronte a un match calcistico. Quando vivi all’estero, la Nazionale si trasforma in una calamita capace di riempire locali con oltre duecento persone che esultano e si abbattono sotto la stessa bandiera, fra italiani per nascita e italiani per scelta…

Dopo la vittoria degli azzurri allo scontro Italia-Germania, Bruxelles si è trasformata nella città del tricolore “verde, bianco e rosso”, sventolato da rumorose macchine di clacson e urla di trionfo. Il centro è presto divenuto il punto nevralgico di festeggiamenti che andavano oltre il risultato della semifinale: un tripudio di incontri inaspettati, abbracci sconosciuti e brindisi senza tregua.

L’occasione per una staffetta al bar marocchino sotto casa, per ritrovarsi di fronte al proprietario con la pelle scura e lo sguardo mediorientale con la maglia azzurra e un sorriso d’intesa. Una nottata a parlare francese e ricambiare giri di birra col ristoratore portoghese, il cuoco algerino e altri volti amichevoli accomunati dal pretesto di una vittoria calcistica da festeggiare. Andare a dormire alle tre e mezza della notte con la testa leggera e un bagaglio di esperienze che senza quegli Europei non avresti mai potuto sperimentare. Una serata che si sarebbe potuta ripetere con la finale di domenica, ma che alla fine ha deciso di concedersi ai tifosi spagnoli.

E adesso che i giochi son finiti, si tornerà giustamente a parlare di tutti gli scandali e la melma in cui sta affondando il mondo del calcio, oscurando quel meraviglioso potere di aggregazione e condivisione che, nonostante tutto, mi ha fatto divertire e mi piace ricordare!

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Euro 2012: riparla il campo, riparliamo anche noi

Ad inizio della scorsa stagione tentammo una ipotetica griglia di partenza in puro stile Formula 1 per analizzare quello che sarebbe stato il campionato vinto meritatamente dalla Juventus di Antonio Conte. Alcune previsioni si sono rivelate azzeccatissime, altre meno, a dimostrazione del fatto che i pronostici lasciano il tempo che trovano. Ma siccome il bello del mondo pallonaro è proprio questo ce ne possiamo fregare e ritentare lo stesso anche in ottica Euro 2012. Dopo un periodo nerissimo del nostro movimento calcistico, conciso con l’ennesimo scandalo legato alle scommesse, si può tornare a parlare di calcio giocato, lasciando che i tribunali facciano (speriamo, sarebbe veramente un’occasione da non perdere) piazza pulita di chi inquina questo sport già di per sé non proprio lindo come i pavimenti di un hotel a cinque stelle. Fare paragoni con quanto accaduto nel 2006 è simpatico e sicuramente non privo di fondamento, ma meglio lasciar perdere la cabala e concentrarsi sui dati oggettivi. Andiamo quindi ad azzardare la griglia delle sedici magnifiche, premettendo che il livello di un europeo è per certi versi anche più difficile di un mondiale, perchè non ci sono Arabia Saudita e Corea del Nord a fare da materasso, ma tutte squadre che hanno sudato sette camice per arrivare in Polonia ed Ucraina.

Prima fila: la finale dello scorso mondiale era assolutamente quella più giusta ed i valori in cima non sono poi così diversi. La Spagna parte in pole position nonostante qualche pecca in più rispetto al passato: mancherà un fuoriclasse come Puyol ed il bomber di sempre David Villa (entrambi infortunati) ma Del Bosque ha a disposizione un bacino importante in difesa e soprattutto sembra aver recuperato “El niño” Torres, che fu proprio il protagonista dell’Europeo del 2008. Otto vittorie su otto nelle qualificazioni, ventisei gol fatti e solo sei subiti. Aggiungiamoci anche che l’ossatura è composta da giocatori di Real Madrid e Barcellona, ovvero le squadre più forti del pianeta. Può bastare direi. Al suo fianco ancora l’Olanda, che ha giocatori importanti come Robben, Sneijder e soprattutto Van Persie (che potrebbe scatenarsi in questa competizione), ma paga il fatto di essere una delle squadre più “sfigate” della storia. Altro neo è la totale incapacità di vincere ai calci di rigore (quel che accadde a Euro 2000 per loro non è una eccezione, ma la regola), ma a parte questo la rosa è completa (oddio, un portiere forte magari) ed esprimono il miglior gioco del continente.

Seconda fila: Germana senza dubbio, e molto molto vicina alle prime due. Tanti giovani che non sono più promesse bensì certezze. Gente dai piedi buoni e tanti “naturalizzati” indovinati. Molto dipenderà da Gomez, che può far sfracelli e deve dimostrare di saper fare come Klose, ovvero segnare a raffica con la maglia della nazionale. Punto debole sembra essere la difesa, a volte troppo perforabile e poco sicura, ma ci sono sia i nomi sia il fatto di essere appunto “tedeschi”, ovvero freddi come non mai, capaci di arrivare fino in fondo quasi sempre e…sempre vincenti dal dischetto. Accanto a loro, ma con un secondo e mezzo automobilistico di distacco ci siamo noi. Già, noi. Le scelte fatte da Prandelli hanno convinto quasi tutti. Forse una vera prima punta sarebbe servita ma il nostro commissario tecnico ha deciso di puntare su attaccanti rapidi e che soprattutto giocano con la squadra. Siamo la miglior difesa delle qualificazioni ed è un punto basilare nel calcio moderno. Per l’attacco…dipenderà molto da Cassano e Balotelli, che se si sono ricordati di mettere il cervello in valigia (nel caso di SuperMario quel che ne rimane) possono veramente, ma veramente fare grandi cose. Ave Cesare, lavora bene.

Terza fila: Francia e Inghilterra. Le separa la manica, le unisce il gruppo D. I transalpini si sono finalmente liberati di Domenech (e non è poco) ma Blanc dovrà dimostrare ancora tanto. Certo, Benzema, Ribery ed altri sono fuoriclasse e quindi si può fare bene, ma è troppo tempo che toppano di brutto agli appuntamenti importanti e c’è ancora un clima di sfiducia verso di loro. Sono comunque in grado di vincere il girone e di giocarsela bene ai quarti. Gli inglesi invece arrivano all’appuntamento con qualche acciaccato di troppo, ma soprattutto senza Capello. Che vuol dire? Vuol dire che solo giocando all’italiana i sudditi di Sua Maestà sono in grado di vincere qualcosa (Di Matteo docet) e che se continuano a preferire il tipico gioco britannico…peggio per loro e meglio per noi. La squadra però è solida e può sicuramente dire la sua, anche se avrà un accoppiamento difficile nei quarti (se ci arriva).

Quarta fila: Portogallo e Russia. Perchè i lusitani così indietro? Eh semplice, perchè nel loro girone hanno Olanda e Germania, quindi il loro percorso è immensamente più difficile rispetto a tutte le altre squadre che sognano la finale. Cristiano Ronaldo è il miglior giocatore del nostro continente ma purtroppo non ha compagni alla sua altezza, anche se giocatori di livello importante ce ne sono. Se passano il girone possono anche arrivare in fondo però, visto l’accoppiamento possibile nei quarti. Per quanto riguarda la Russia invece c’è da dire che ha una buonissima difesa (seconda per reti subite, dopo l’Italia) ma manca un vero bomber. Talenti come Arshavin sono in declino ma potrebbero stupire come hanno già fatto quattro anni fa.

Quinta fila: Polonia e Svezia. I polacchi giocano in casa ed il sorteggio gli ha regalato il girone più abbordabile possibile (si, anche io penso sia tutto preparato a tavolino, ma tant’è), ma soprattutto non sono scarsi come austriaci e svizzeri che nonostante lo stesso trattamento quattro anni fa fecero quattro punti in due finendo fuori subito. La loro possibilità è arrivare ai quarti, ma difficilmente andare oltre. Gli svedesi sono guidati da uno dei calciatori più chiacchierati del nostro paese, ovvero il re dei bomber Zlatan Ibrahimovic, che ha attorno una squadra che gioca per lui ma anche con lui. In nazionale ha sempre fatto meno capricci (vai a capire perchè) e quindi potrebbero essere la vera e propria mina vagante, non soltanto del loro gruppo, ma in generale.

Sesta fila: Ucraina e Irlanda. Gli ucraini come i polacchi giocano in casa ma l’urna li ha aiutati molto molto meno. Sono poco conosciuti, non sono niente male ma hanno un gruppo sulla carta troppo tosto per far bastare la regola della squadra locale aiutata da tutto e tutti. Soprattutto non avendo fatto le qualificazioni si ritroveranno in una realtà a loro sconosciuta, senza dimenticare che non sarà come per le squadre di club, imbottite di brasiliani ed altri stranieri a noleggio. L’Irlanda del Trap invece…piace. Non ha grossi campioni da un bel pezzo, ma quella vecchia volte di Giovanni una sorpresa può sempre regalarla. Il girone è duro perchè c’è la superfavorita Spagna ed anche una Italia tutta da decifrare, ma si può cercare il miracolo.

Settima fila: Croazia e Danimarca: i croati hanno perso il giocatore più importante, ovvero il bomber Olic, vedendo così crollare le loro quotazioni. Squadra tosta, ma il talento è quello che è e se non si registrano praticamente da subito rischiano una imbarcata colossale. I danesi invece…poverini. Se qualcuno di loro è anticlericale credo che non si saranno contate le bestemmie dopo il sorteggio. Sono un buonissimo team e sarebbero stati sicuramente qualche fila avanti, ma onestamente passare il gruppo B è una impresa che davvero rasenta l’impossibile.

Ottava fila: Repubblica Ceca e Grecia. Bentornati ai cechi che finalmente si riaffacciano nel calcio che conta, ma i tempi d’oro sono sicuramente andati. Cammino troppo altalenante nelle qualificazioni e troppa discontinuità di risultati. Nonostante questo però per assurdo hanno chance di andare ai quarti, semplicemente perchè sono nel girone nettamente più scarso. Stesso discorso si può fare per gli ellenici, ma per loro basta dire questo: i miracoli nel calcio ti succedono una volta sola e non ci sarà un altro Charisteas.

Totò alla riconquista dell'azzurro

“Ma figurati se quest’anno continua a segnare come l’anno scorso…è impossibile”.

Se avete partecipato ad una qualsiasi asta di fantacalcio ad inizio stagione (e se vi piace il calcio al 90% fate anche il fantacalcio) avrete per forza sentito questa frase più e più volte, e da un bel po’ di tempo. Chi è colui che in barba a tali considerazioni e alla legge dei grandi numeri rimane imperterrito nelle primissime posizioni (quasi sempre in vetta) alla classifica di cannonieri della Serie A italiana?

Facilissimo: Antonio Di Natale.

Sì, vecchietto, nato a Napoli nel 1977 ma… ventinove gol due anni fa, ventotto l’anno scorso, dodici in sedici partite quest’anno (e in passato i numeri sono comunque molto positivi). Su cosa si deve ragionare? Su un fatto molto semplice: Giuseppe Rossi si è infortunato gravemente e tornerà solo in primavera, Antonio Cassano ha avuto un problema al cuore e i tempi di recupero sono ancora un po’ incerti. Quindi è così difficile che per Totò si riaprano le porte della nazionale italiana in vista del prossimo campionato europeo che si disputerà nel prossimo giugno in Polonia e Ucraina?

Il nostro commissario tecnico Cesare Prandelli ha già dimostrato di tenerlo in grande considerazione, dichiarando pubblicamente: “Lo chiamo a febbraio per l’amichevole con gli USA. Voglio vederlo con Balotelli, potrebbero essere la soluzione. Sono entrambe punte di movimento e possono muoversi come Rossi e Cassano. Totò ha già fatto Europeo e Mondiale, ma può anche essere maturato. Non si può prescindere da uno che per tre anni consecutivi sta lì ai vertici della classifica cannonieri”. Assolutamente condivisibile. Come giustamente dice Prandelli, sarebbe ingiusto non riconoscergli questo merito, anche perchè non si tratta di qualcuno che bisogna convincere a tornare in azzurro, anzi. A inizio ciclo si è voluto puntare su giocatori nuovi, svecchiare un gruppo che aveva completamente fallito nel mondiale sudafricano e dare soddisfazione ai tifosi che chiedevano la testa di molti. Di Natale però ha sempre dimostrato di essere uno che sa stare al suo posto, specialmente in nazionale, e dunque averlo come alternativa è più che condivisibile.

Proviamo anche a vedere quali potrebbero essere i motivi per cui non convocarlo. L’età? Assolutamente no. Può essere un fattore quando si tratta di comprare un calciatore ma non quando si parla di convocarlo in nazionale, e questo solo per cominciare. Puyol ha la sua stessa età ma se la Spagna non lo convocasse tutti rimarrebbero stupiti (e se ne possono fare altri di esempi del genere). Il ruolo? Relativamente, trovare cinque attaccanti che meritino il viaggio in Polonia più di lui è veramente arduo attualmente e soprattutto Totò ha dimostrato di essere in grado di fare la seconda punta. Il suo score in nazionale? Dieci gol in poco più di trenta presenze non è male come bottino, specie se si considera che non sempre ha giocato dall’inizio come invece fa nell’Udinese. Il fatto che manchi negli appuntamenti importanti? Beh ai mondiali sudafricani essere fra i “meno peggio” era facile rispetto allo schifo totale di quella sciagurata spedizione, ma lui non mi è dispiaciuto. Poi ovviamente molti ricorderanno il rigore fallito contro la Spagna nel 2008, ma allora di cosa parliamo? Vogliamo gettare la croce addosso a Roberto Baggio per USA ’94?

Ora non vogliamo sostenere che debba necessariamente essere un punto fermo dello scacchiere di Prandelli, che per inciso ha fatto benissimo fino ad adesso, ritrovando compattezza e smalto (regalando anche un bel gioco a dirla tutta). Sarebbe delittuoso però sostenere che Di Natale non meriti anche lui una chance per far parte dei ventitré ragazzi che avranno il difficilissimo compito di riportare quella coppa in Italia, dove manca da ben quarantaquattro anni (l’Inter è riuscita grosso modo dopo lo stesso tempo a tornare in vetta all’Europa). Sperando che possa continuare così, ci schieriamo decisamente da quelli che appoggiano il suo ritorno in azzurro. Vamos Totò!!

L'urna ha parlato. Vediamo di risponderle.

L’urna ha parlato. Cosa ha detto? Beh, grosso modo qualcosa del tipo “All’Europeo difficilmente becchi nuovamente la Nuova Zelanda”. Esatto, proprio così. Sperare in un girone abbordabile in un campionato europeo è da folli, specie dove su quattro teste di serie ben due sono i paesi ospitanti. Sgomberiamo il campo dagli equivoci. Solo sedici squadre, tutte europee e concentrare in quattro gironi (il discorso sarà diverso dal prossimo europeo, che sarà a ventiquattro squadre). Niente formazioni caraibiche o oceaniche. Intendiamoci, la figura di me…lma è sempre dietro l’angolo e purtroppo lo sappiamo benissimo, ma è indiscutibile il fatto che quel girone del mondiale sudafricano fosse ridicolo (difatti siamo usciti per osceni demeriti nostri, non certo perchè “kiwi” e slovacchi si siano dimostrati meglio del previsto). Nell’europeo devi entrare in forma subito, non passo dopo passo, solo così si può sperare di vincere.
Avere un girone del genere potrebbe essere un vantaggio. Ma andiamo a vederlo nel concreto.

Spagna (prima nel ranking Fifa), Irlanda (ventunesima) e Croazia (ottava). Naturalmente il ranking lascia il tempo che trova (i croati davanti a noi è quantomeno discutibile) ma ci dice che bisogna lottare da subito. L’esordio è con la Spagna. Campioni in carica e vincitori anche della Coppa del Mondo. Sono i più forti? Assolutamente si. Mezzo Barcellona e mezzo Real Madrid, ovvero le due squadre migliori al mondo attualmente. Il gap non è così ampio come certa stampa ridicola vuol far credere, ma bisogna rispettare chi parte in pole-position. Guardiamo il lato positivo: se dovessimo perdere c’è ancora speranza di rialzarsi e di recuperare (e dipenderebbe da noi) ma se invece ne usciamo indenni la strada sarebbe veramente in discesa. Hanno un firmamento di stelle, ma come abbiamo già sottolineato in passato siamo in crescita costante e Prandelli sta lavorando stupendamente.

Ci sarà poi l’Irlanda del Trap. Vecchia volpe, e sebbene “Cat is not in the sack” bisognerà sudare anche contro di loro. Perchè? Esattamente per quello, per il Trap. Non hanno supercampioni ma tanti buoni giocatori (uno su tutti il fortissimo Duff, campioncino spesso sottovalutato) che però giocano un calcio incredibilmente concreto, improntato al risultato e non al bel gioco che non serve a niente ed è solo fine a sé stesso. Partiamo logicamente favoriti ma guai a sottovalutarli. Infine la Croazia. Che dire sui croati, per la prima volta arrivano ad una competizione senza vere “stelle” circondate da comprimari, ma chi li ha visti giocare avrà notato due cose: innanzitutto che sono un gruppo compattissimo, assai poco slavo (del resto sono gli unici dell’ex-Jugoslavia ad essersi qualificati), e poi che hanno due cosiddetti enormi (vedasi il tre a zero rifilato ai turchi in casa loro nei playoff). In pratica possono essere una grande sorpresa o un flop clamoroso.

Un cosa è sicura, si tratta di quattro squadre che sanno giocare a calcio. Preparatevi a partite molto combattute, magari anche non spettacolari ma che sapranno emozionare. Fare meglio dell’ultimo torneo importante sarà facilissimo, ma si spera che i nostri ragazzi possano arrivare fino in fondo.

La meglio gioventù. Rieccola.

1 Marco Amelia, 3 Emiliano Moretti, 5 Daniele Bonera, 6 Daniele De Rossi, 8 Angelo Palombo, 9 Alberto Gilardino, 11 Giuseppe Sculli, 13 Andrea Barzagli, 14 Cesare Bovo, 15 Marco Donadel, 17 Giondomenico Mesto. Sostituti 12 Federico Agliardi, 22 Carlo Zotti, 2 Cristian Zaccardo,  4 Alessandro Gamberini, 10 Matteo Brighi, 16 Alessandro Potenza, 18 Alessandro Rosina, 19 Simone Del Nero, 20 Andrea Caracciolo, 21 Gaetano D’Agostino. Allenatore Claudio Gentile.
Questa è la nazionale under 21 dell’Italia che vinse il campionato europeo nel 2004. Tre a zero alla Serbia, strapazzata dal gioco degli azzurrini che dominarono il torneo. Cinque di questi ragazzi due anni dopo diventavano campioni del mondo, dopo una strepitosa cavalcata in terra tedesca conclusa con il successo contro la Francia in finale ai calci di rigore. Nomi interessanti, che testimoniano come il nostro vivaio (nonostante i giornalisti amino dire il contrario) continua a sfornare giocatori molto interessanti. Spesso si tende a dimenticarsene, ma per una nazionale è importantissimo avere linfa vitale da quelle giovanili e dopo qualche passaggio a vuoto le cose sembrano tornate alla normalità (perché a livello di under 21 nessuno ha vinto quanto noi, è bene ricordarlo sempre). Il merito di tutto ciò bisogna sicuramente riconoscerlo a Ciro Ferrara, capace di raccogliere un’eredità scomoda e di rilanciare un gruppo che sembrava aver perso la fiducia in sé stesso. La gestione di Casiraghi non era stata delle migliori: dopo sette edizioni la qualificazione alla fase finale dell’europeo non è arrivata. Dopo un clamoroso e fortunoso passaggio alla fase degli spareggi e dopo una vittoria per 2-0 in casa contro una modesta Bielorussia arrivò una ancor più clamorosa sconfitta per 3-0 in trasferta che ovviamente costò la panchina all’ex bomber di Juventus e Chelsea.

Ora c’è un gruppo nuovo, capace di fare sfracelli. Cinque vittorie su cinque, con sedici gol fatti e solo due subiti. In più, un gioco brillante ed a tratti anche spettacolare. Ma vuol dire anche che abbiamo giovani di grande talento? Assolutamente si. Facciamo qualche esempio ruolo per ruolo. In porta c’è Carlo Pinsoglio, da molti descritto come il nuovo Buffon (si vabbè, il nuovo-tal dei tali oramai è una espressione inflazionata) ma che sicuramente ha grosse doti: cresciuto nel vivaio juventino si è messo in mostra anche a Viareggio, ma adesso si è consacrato nel Pescara di Zeman (e se un portiere si dimostra bravo in una squadra del boemo è tutto dire!). In difesa un terzetto nerazzurro con Santon (che oramai conosciamo bene perchè in nazionale maggiore ha già giocato e che adesso è passato al Newcastle) e soprattutto Caldirola e Faraoni (occhio perchè a breve imparerete a conoscerli). Senza dimenticare Camporese della Fiorentina e Crescenzi del Bari. A centrocampo Marrone della Juventus è il nuovo che avanza, a breve lo vedremo fare ottime cose in Serie A, ma di fianco a lui sembrano promettere bene anche Bertolacci del Lecce (ricorderete che ha già castigato la Juventus lo scorso anno) e Saponara dell’Empoli. Inoltre ci sono tre o quattro ragazzi che sembrano partire a fari spenti ma potrebbero accenderli ed abbagliare tutti. Le primizie però sono tutte in attacco. Paloschi e Destro in Serie A ci giocano con continuità e sopratutto il secondo sembra essere uno dal gol facile, mentre l’atalantino Gabbiadini sembra in fase di maturazione. C’è anche il “Faraone” El Shaarawy, che ha già segnato un gol con la maglia del Milan (tra l’altro alla miglior difesa della Serie A fino ad oggi, quella dell’Udinese) e che viene visto da molti addirittura come l’erede di Kakà. Infine un ragazzo che sta facendo sognare i tifosi del Napoli, anche se gioca a Pescara: Lorenzo Insigne. Zeman lo ha scoperto lanciandolo nel calcio che conta e lui l’ha ripagato con numeri incredibili. Diciannove gol in trentatré partite a Foggia, sette in dodici presenze finora in terra abruzzese. Aggiungeteci anche una valanga di assist e tirate le somme.

Tanti giovani promettenti. Se anche solo tre o quattro diventassero giocatori di prim’ordine la nostra nazionale potrebbe arricchirsi in maniera veramente importante per i prossimi dieci anni. Alla faccia di chi dice che di talenti nel nostro calcio giovanile non ce ne sono.

Un'Italiana a Bruxelles: stupidi spunti di nostalgia patriottica

L’Italia ha tanti problemi. La seconda prima Repubblica, i soliti condoni, i soliti evasori fiscali, le solite collusioni con la mafia, il solito debito pubblico e i soliti “tanto funziona così”. Pagine di giornale che si ripetono giorno dopo giorno spingendoti oltre i confini nazionali, proprio laddove, inaspettatamente, riemerge quell’inventario di meraviglie che te la fanno ricordare come uno dei Paesi più belli.

Senza troppa ironia, inizierei dal bidet. Quel meraviglioso oggetto dimenticato dagli stati nordici e ingiustamente rimpiazzato da insulse salviettine umidificate. Quell’ingegnoso sanitario senza il quale la doccia non rappresenta più un piacere da fine giornata quanto un bisogno da prima mattina.

Continuerei col cibo, ripensando alle distese di frutta e verdura a chilometro zero, mentre faccio la spesa scegliendo fra prodotti di colore e forma diversa accomunati dallo stesso insapore, arrivati a destinazione chissà da dove, chissà da quando.

Proseguirei ancora con la strana organizzazione della raccolta differenziata, nella capitale europea da cui s’impongono le percentuali minime di rifiuti necessariamente recuperabili. Una Bruxelles in cui si separa il vetro colorato da quello bianco ma l’organico finisce nel sacchetto dell’indifferenziato insieme a svariati tipi di plastiche che in Italia si riciclano ormai da tempo.

Procederei con l’idea di organizzare il letto con due lenzuola e una coperta invece che ridurre la seconda a semplice “fodera per piumone”, decisamente poco adattabile alle mezze stagioni e incomprensibile per chi ama coprirsi anche ad alte temperature. E andrei avanti con la mancanza di avvolgibili o tapparelle, che impongono doppie tende alle finestre per cercare il buio nelle meritate notti di sonno.

Concluderei infine con la banale nostalgia per quella colorata luminosità che caratterizza il rinomato “Bel Paese”, contrapposta a quel pesante grigiore che impregna l’architettura bruxellese, anche quando il sole concede una visita alla città.

Piccoli particolari che ti condizionano la vita, ricordandoti l’originalità di certe abitudini che un tempo davi per scontate. Un’esperienza da capire e una città da amare anche per questa sua contraddittoria opportunità: fra la curiosa scoperta di una realtà inesplorata e un’imprevista rivisitazione delle tue origini.

 

La lettera ha funzionato. E adesso?

Breve riassunto delle puntate precedenti. Bloccata dalle tensioni all’interno della maggioranza di governo, l’Italia sta, neanche troppo lentamente, sprofondando nelle sabbie mobili della stagnazione economica. Nel contesto della crisi che ci attanaglia, in mancanza di un’adeguata e difficile reazione, lo scenario che si profila è quello di un impoverimento generale del paese, i cui segnali si percepiscono da tempo. Oltretutto, rischiamo di trasmettere il contagio al resto dell’Europa, visto l’elevato grado di interconnessione fra i vari paesi dell’Unione, non solo a livello prettamente economico ma anche finanziario. Approfittando dell’inefficienza delle istituzioni comunitarie e dell’incapacità decisionale nell’affrontare la crisi, Francia e Germania hanno di fatto arrogato a sé il ruolo di sceriffi della zona Euro e fra una risata e l’altra ci osservano con attenzione e ci pressano con insistenza affinché diamo il tanto agognato segnale di discontinuità. Dopo un’estate in preda ai balbettii, adesso l’Europa è passata alle maniere forti, dapprima dettando le sue linee guida per mettere in sicurezza il bilancio statale e poi lanciando un vero e proprio ultimatum per presentare i provvedimenti necessari.

L’ultimatum scadeva ieri. Il Presidente del Consiglio si è presentato al vertice di Bruxelles armato di una lettera contenente tutte le buone intenzioni del governo e niente più, oggetto della comprensibile ironia dell’intero paese (fra rimandi a Totò e Peppino e memorie d’infanzia). Il contenuto della missiva è arrivato a conoscenza del pubblico tramite agenzie di stampa quando Berlusconi era già a Bruxelles. Se è bizzarro che una lettera costituisca un documento cruciale per un paese intero, altrettanto lo è che essa sia trattata come, appunto, semplice corrispondenza da parte della Presidenza del Consiglio. Il contenuto delle 16 pagine in questione prevede misure che, seppur corrispondenti alle anticipazioni trapelate negli ultimi giorni e, solo in parte, sulla scia delle richieste già avanzate dall’UE, non hanno mancato di suscitare reazioni di netto rifiuto da parte dei sindacati e dell’opposizione. Due, in particolare, i provvedimenti contestati: l’innalzamento dell’età pensionabile a 67 anni e l’aggiramento dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, manovra questa già contenuta nell’ormai famoso articolo 8 della manovra di agosto, tanto caro al ministro Sacconi.

Al di là dell’analisi sull’opportunità delle misure descritte nella lettera di Berlusconi (i licenziamenti facili –ne abbiamo parlato qui– fanno crescere l’economia oppure la disoccupazione e la precarietà?), pensando alle prossime settimane, forse giorni, non si può prescindere da tre quesiti squisitamente politici. Il primo riguarda la natura stessa delle comunicazioni del Presidente del Consiglio all’UE. La lettera altro non è che una lista di interventi che il governo si impegna a mettere in atto: detto in altri termini, un sacco di promesse. Fortunatamente, esse sono state favorevolmente accolte. Avendo assistito per 17 anni alla sorte degli innumerevoli impegni che Berlusconi ha di volta in volta preso con i suoi elettori e con i cittadini, qualche maligno potrebbe anche dire che a Bruxelles ci sono cascati. E infatti hanno chiesto all’Italia di fornire un calendario preciso per l’attuazione degli interventi proposti, promettendo, da parte loro, un costante controllo del rispetto delle scadenze. Se da un lato ciò concede ulteriore tempo prezioso al governo e al Paese (chissà se poi questo tempo lo abbiamo davvero o non sia già troppo tardi), dall’altro adesso l’Italia è vincolata all’approvazione dei provvedimenti enunciati. È qui che sorge il secondo quesito: il governo può contare su una maggioranza? Da quasi un anno l’esecutivo si regge su ripetuti voti di fiducia acquisiti grazie a una palese compravendita di consensi in Transatlantico, salvo essere battuto varie volte in “normali” votazioni, come accaduto anche ieri. La stesura della tanto discussa lettera è andata di pari passo con una lunga e difficile trattativa interna alla compagine di governo. È ragionevole attendersi un accordo sui punti del documento, ma una rapida approvazione parlamentare non può considerarsi scontata. Infine, occorre chiedersi se la maggioranza disponga non solo dei voti ma anche della credibilità e dell’autorevolezza necessarie a presentare al paese un’ulteriore carico di sacrifici, tanto più in un’atmosfera che già odora di elezioni.

Le prospettive economiche dell’Italia e il benessere dei cittadini sono legati a doppio filo alla credibilità sullo scenario internazionale. Le risate, pur inopportune, che il nome del nostro premier suscita in una sala stampa testimoniano la gravità della situazione da questo fondamentale punto di vista. Certamente, in una giornata drammatica per alcune regioni italiane a causa del disastro ambientale provocato dalla colpevole noncuranza della politica nei confronti dello sfruttamento selvaggio del territorio, assistere a una rissa in Parlamento non aiuta a risollevare l’immagine della classe politica nazionale e del Paese che le sta dietro.

 

Backstage di una rivoluzione dal basso

Gheddafi è morto. Il rais, il dittatore, dipinto dall’opinione pubblica occidentale come il male assoluto, forse dietro solo a Saddam Hussein e Adolf Hitler, è stato finalmente sconfitto e a lungo resterà impressa nella memoria dei popoli africani l’immagine del cielo notturno di Misurata, solcato dalle scie luminose dei fuochi di artificio. Ci sentiamo tutti un po’ più sicuri ora che finalmente il tiranno è stato abbattuto e il suo cadavere sfigurato.  Si aprirà per la Libia una nuova era di libertà e prosperità, come i media ci hanno promesso. Abbiamo esportato la democrazia, ancora una volta.

C’è una storia, però,  che i media non hanno raccontato, una vicenda dai retroscena agghiaccianti in cui il reale protagonista di questo barbaro scempio non sarebbe il malvagio despota, ma l’Occidente, un Occidente manovrato da interessi economici e imperialistici di notevole portata. Qui, sia chiaro, non si intende elevare o celebrare la figura di Muhammar Gheddafi, quanto sollevare alcune questioni non trascurabili inerenti alle dinamiche dell’intervento, alla genuinità della rivoluzione e alle soluzioni adottate.

È sufficiente una breve ricerca su Internet, infatti, per svelare alcuni dei drammatici risvolti di questo conflitto, a partire dalle famose fosse comuni, in cui si supponeva che fossero stati sepolti i cadaveri dei poveri manifestanti uccisi nel corso delle proteste, rivelatesi in seguito “buche singole” scavate con una certa minuziosità in quello che altro non è che il cimitero di Sidi Hamed, in prossimità del quartiere residenziale di Gargaresh a Tripoli. Il dato emerge chiaramente in questo video.

httpv://www.youtube.com/watch?v=7yy3V_tYbZQ

Diversi mesi fa, a pochi giorni dallo scoppio del conflitto, nel corso della trasmissione “Porta a porta” Giulio Giammaria, corrispondente dall’estero, interrogò Ibrahim Moussa, portavoce di Gheddafi, e Ramadan Braiky, editorialista di un celebre giornale di Bengasi (link al video), sulla questione della guerra e, soprattutto, sulla gestione della vicenda dal punto di vista internazionale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=n1ZH6UDRleU

«Noi abbiamo accettato la risoluzione dell’ONU» sostenne il primo «Abbiamo annunciato un cessate il fuoco, abbiamo chiesto una missione esplorativa, abbiamo chiesto degli osservatori internazionali per assicurare che non stiamo ammazzando nessuno. Gli osservatori non li stanno inviando ma invece mandano i missili, perché? Le persone vengono ammazzate tutte le sere, le persone hanno paura, la vita a Tripoli è molto difficile, non ci sono ospedali che funzionano, le scuole non funzionano, i mercati non funzionano.
Allora perché la comunità internazionale, compresa l’Italia, non ci manda una missione esplorativa per fare in modo che noi manteniamo il cessate il fuoco, perché solo noi l’abbiamo annunciato.
Venite a vedere sul campo che le cose sono sicure, c’è pace in Libia, e noi chiediamo un dialogo con tutti. Noi stiamo facendo il possibile, tutto ciò che ci viene chiesto di fare, eppure ci cadono i missili sulla testa, sui nostri figli che muoiono per nessuna valida ragione. Un missile costerebbe quanto qualsiasi missione esplorativa e centinaia di esploratori. Noi vogliamo paesi come l’Italia, con cui abbiamo un rapporto molto speciale, e vogliamo un loro coinvolgimento politico e diplomatico nell’aiutarci ad andare avanti. Invece l’Italia, un grande paese, sta seguendo il comando della Francia, anziché prendere una posizione diversa e dire: “Guardate ragazzi, dobbiamo pensarci un attimo a questo, da un punto di vista politico-diplomatico, parliamo con Gheddafi, parliamo con il governo libico, parliamo con i ribelli e cerchiamo di trovare una soluzione. Perché quando si tratta di mandare morte, aerei da guerra, siete sempre molto veloci, molto efficienti?”».

 Avrebbero potuto essere menzogne, dopotutto a parlare era pur sempre il portavoce del capo di stato. Poco dopo, però, la parola venne data al giornalista del quotidiano bengasino, al quale fu chiesto chi fossero questi ribelli e come mai avessero intrapreso una strada così nettamente violenta.

«Alcuni di loro, almeno quattro o cinque, anche il portavoce dei ribelli, scrivevano con noi nel nostro giornale perché il nostro giornale chiede sempre riforme costituzionali e libertà d’espressione. Ricordo che nel primo e nel secondo giorno chiedevano le riforme costituzionali, continuavano a farlo. Il terzo giorno, però, da quando sono cominciati questi eventi hanno cominciato ad attaccare altre persone. Diverse città libiche hanno ottenuto le armi e la situazione è diventata completamente diversa. Sono diventati ribelli con le armi pesanti. Le persone che noi conoscevamo erano scrittori che chiedevano rispetto dei diritti umani, credevano nella libertà di stampa e queste persone una volta lavoravano con me in ufficio e non chiedevano certo la guerra, l’attacco di Tripoli o di altre città. La situazione adesso si è complicata molto. Sono trascorsi  sei giorni da quando la città è passata sotto il controllo dei ribelli, la situazione è terribile, non c’è sicurezza, non ci sono scuole e non c’è neanche una stazione di polizia per risolvere qualunque problema, qualunque controversia. Non puoi neanche aprire il negozio, se ce l’hai. La situazione è diventata molto pericolosa. La popolazione di Bengasi è di circa un milione di persone e non è minimamente soddisfatta. Nessuno sarebbe felice a Roma o in Italia se ci fosse gente che va in giro con le armi. È davvero terribile per la gente comune… come me. Neanche io posso entrare nel mio giornale. Tutti i giornalisti hanno paura perché se scrivi qualcosa, qualunque cosa, se pubblichi una notizia sul sito web contro l’interesse dei ribelli, sei in pericolo. Ti potrebbero attaccare e anche ammazzare».

Senza porre alcuna etichetta, rinunciando per un attimo a una visione bicromatica della realtà (bianco/nero), occorre ammettere che simili dichiarazioni, quanto meno, stupiscono. Sì, perché l’immagine di individui armati che si aggirano minacciosi per i vicoli, come black bloc qualunque, e di interi centri paralizzati, non corrisponde proprio a quella descritta dalle televisioni (nei rari casi in cui qualche organo di stampa si sia soffermato a considerare le città dopo la conquista dei rivoltosi). Inoltre ciò che è curioso è il processo di rapida (quasi fulminea) degenerazione dell’iniziativa insurrezionale che dapprima sembra concentrata sulla rivendicazione di precisi diritti costituzionali e che, in un secondo momento, si evolve in un attacco preciso a un obiettivo ormai noto: Muhammar Gheddafi.

Sarebbe tanto pazzesco considerare una manina invisibile che possa aver dato una spinta, anche significativa, al movimento? È da folli chiedersi perché in Libia si sia intervenuti e in Siria no? E, a proposito di tattiche militari, non si era parlato di bombardamenti intelligenti?  I danni al 70% dell’acquedotto libico sono da ritenersi tali?
La memoria corre a un’altra intervista (link al video), quella della iena Enrico Lucci al presidente degli studenti libici in Italia, Nouri Hussein.

E: «Come valuti questa rivoluzione in Libia?»

N: «Volevano fregare il nostro petrolio»

E: «Ci sono i ribelli»

N: «Sì, ma sono cinque persone!»

E: «E come è possibile che loro abbiano tutta questa forza se sono quattro gatti?»

N: «Non hanno tutta questa forza, senza la Nato la prova [incomprensibile] è finita»

E: «Sarebbe finita perché avrebbero massacrato tutti»

N: «No… no, tutti vogliono Gheddafi! I media non mostrano questa cosa!»

E: «Quindi è tutta una forzatura dei media quello che vediamo?»

N: «Sì, tutto!»

E: «Quindi, Gheddafi non ha bombardato nessuno?»

N: «Non ha bombardato il popolo, Gheddafi!»

E: «Però si sono viste anche delle immagini fatte coi telefonini…»

N: «Ma quelle vengono dalla guerra di Iraq,  Afghanistan!»

E: «Quindi sono immagini finte?»

N: «Finte, di altre guerre»

E: «C’è il pericolo che Al Quaeda prenda il potere in Libia?»

N: «Sicuro»

E: «E quindi gli Occidentali sono scemi?»

N: «Loro questo non lo sanno, vogliono il petrolio»

E: «Allora Sarkozy è scemo?»

N: «Scemissimo»

E: «Non è che Gheddafi  utilizza questo spauracchio per mettere paura agli Occidentali?»

N: «Gheddafi dice la verità»

E: «Sei a favore della rivoluzione Tunisina ed Egiziana?»

N: «Sì, perché la gente sta malissimo»

E: «E invece in Libia?»

N: «Le cose ci sono in Libia»

E: «Perché in Egitto e in Tunisia hanno lottato contro Mubarak e Ben Alì ed invece in Libia Gheddafi andava bene?»

N: «Perché lì la teoria è diversa»

E: «Ma lui sta comunque al potere da quarantatré anni»

N: «Ma lui non sta al potere, lui sta come un leader»

E: «E allora anche Mubarak era un leader»

N: «No, un presidente della repubblica»

E: «E’ giusto che questi stiano lì per tanti anni?»

N: «E’ giusto così per noi, è giusto che i nostri capi rimangano capi finché muoiano»

E: «Gheddafi si può definire un leader democratico?»

N: «Sì, non è stato come immaginate voi»

E: «Lui ha i suoi meriti, ha liberato il paese dal colonialismo, dal re, però ti sembra giusto che nessuno lo contrasti?»

N: «Puoi dire quello che vuoi in Libia»

E: «Potresti anche dire che Gheddafi è uno stronzo e non ti succederebbe nulla?»

N: «No, da cinque anni puoi dire qualsiasi cosa»

E: «Perché solo da cinque anni?»

N: «Hanno cambiato le leggi! Hanno liberato la stampa, però se dici cazzate ti arrestano!»

E: «Se Gheddafi scegliesse di fare solo il padre della patria per lasciare liberi voi con le elezioni, a voi andrebbe bene?»

N: «»

E: «Lui lo farà?»

N: «Forse sì, però loro (le potenze della NATO, ndA) non vogliono la pace, vogliono il petrolio»

E: «Il petrolio, però, potreste pure difenderlo con un sistema democratico»

N: «Tu dici “democratico”, “democratico”, ma perché in Italia c’è la democrazia? A nessuno piace Berlusconi»

E: «Si, però si vota, l’hanno votato!»

N: «Anche noi votiamo, nella nostra maniera. Votiamo come tribù, ogni tribù ha un capo»

E: «Non è meglio la democrazia di un posto in cui comandi solo uno?»

N: «Non comanda solo uno… Il pensiero arabo, islamico è diverso, la vostra democrazia nel nostro paese non vale niente»

La discussione continua sugli stessi punti, su una diversa visione della democrazia e della scelta politica, finché allo studente non viene offerta la possibilità di chiamare la propria famiglia, residente a Sebha, città della Libia centro-meridionale bombardata proprio quello stesso giorno. Quando la madre del ragazzo risponde, la ricostruzione dello scenario libico è spaventosa. A quanto pare gli inglesi stanno bombardando civili, vecchi, bambini e pare che sia stata distrutta, tra gli altri edifici, anche una scuola. I negozi sono stati chiusi e i cittadini sono disorientati da un’azione militare confusionaria, invasiva. La conversazione si conclude con una richiesta d’aiuto.

«Se potete fare qualcosa, vi prego fatelo, parlate con l’ONU per fermare questo massacro»

Nell’apprendere simili notizie, ci si sente un po’ meno eroi e un po’ più imperialisti. Magari un po’ assassini, ma giusto un po’. Gheddafi non può sterminare il popolo libico ma a quanto pare la NATO sì. Basta con queste teorie del complotto, però! Ci hanno insegnato che questo dittatore stava commettendo crimini contro l’umanità e che per questo andava processato. Anche se a quanto pare non ce l’ha fatta a raggiungere la corte per un altro sfortunato caso.

Sulla copertina de “Il fatto quotidiano” di domenica 23 ottobre si menziona addirittura un video in cui il rais verrebbe violentato con un bastone dai nobili ribelli. E sul web sono davvero decine i video che documentano il potere della disinformazione e il clima d’odio che una corretta campagna diffamatoria potrebbe aver instaurato intorno a un personaggio già di per sé discutibile. Chissà se ci sarà bisogno dell’aiuto delle potenze straniere, adesso, per ricostruire la Libia? Chissà se avremo modo di conoscere davvero colui che sostituirà il crudele leader? Chissà se verrà mai creato un fondo monetario africano come Gheddafi auspicava?