Listening 04: The Wall

Si riparte con Listening, la rubrica-guida all’ascolto che ci guida nella scoperta (o ri-scoperta) di artisti e band!

Questa volta parleremo però di un album, uno di quei dischi che hanno cambiato la storia della musica rock e hanno impresso le loro note marchiate a fuoco nelle menti e nelle orecchie di cinquant’anni di ascoltatori e fan.

Mettete su The Wall, volume a palla, e buona lettura!

Tutto nacque da uno sputo.

urlNel 1977 i Pink Floyd erano in tour per promuovere il loro album Animals, uscito proprio quell’anno. Durante una delle date in Canada, allo stadio Olimpico di Montreal, accadde l’episodio che probabilmente diede la spinta creativa a quello che poi sarebbe diventato l’ultimo disco (ci ritorneremo dopo) della band. Roger Waters aveva cominciato già da tempo a mal sopportare il rapporto con i propri fan, soprattutto durante i concerti, quando iniziò a rendersi conto della separazione che si stava creando tra la band e il suo pubblico. Orde di ragazzi impazziti che urlavano, ballavano, si dimenavano, quasi non ascoltavano più i brani. La band stava diventando una “merce”, un parco dei divertimenti. In quella esibizione, un gruppo particolarmente facinoroso di fan (Nick Mason – batterista – nella sua biografia Inside Out li descrive come “un gruppetto relativamente piccolo ma sovraeccitato di fan, probabilmente imbottiti di sostanze chimiche e sicuramente poco inclini a seguire con attenzione lo spettacolo”) stava in qualche modo influenzando l’esibizione dei Pink Floyd. In una delle pause uno dei ragazzi urlò a Roger “suona Careful with that Axe Eugene !”, e Waters, stizzito, gli sputò. Era una cosa mai accaduta prima, sintomo di una situazione che stava cominciando a diventare insopportabile. I Floyd si trovavano a fare i conti con l’estremo successo e la totale sregolatezza del proprio pubblico (come tutte le grandi band), e questo avvenimento aveva generato quello strappo che mise in moto la creatività di Waters, che rimase molto colpito (in negativo) dall’episodio che l’aveva visto protagonista.

Il Muro.

L’idea era semplice quanto disarmante. Waters sentiva che il successo lo stava allontanando sempre di più da quel suo pubblico. Si stava costruendo, mattone dopo mattone, un enorme muro di separazione (culminato con l’episodio di Montreal) tra la band e il suo pubblico. Nel 1978 Waters cominciò a registrare le prime demo di The Wall nel suo studio casalingo e presentò l’idea agli altri membri della band. In molti ritengono (forse non a torto) che The Wall sia in realtà tutta farina del sacco di Waters, e sicuramente la storia di Pink (il protagonista del concept) diventa spesso parallela se non totalmente autobiografica con quella dell’eclettico Floyd. L’idea dietro The Wall era molto ambiziosa, e sin dall’inizio Waters aveva previsto lo sviluppo dell’album attraverso diversi media. The Wall non sarebbe stato soltanto un disco, ma un incredibile spettacolo, fino ad arrivare alla realizzazione di un film. Un carico di lavoro impressionante e all’apparenza di difficile realizzazione. Un’idea ambiziosa, ma i Pink Floyd, e in particolare Waters, non sembravano preoccuparsene minimamente. Per la prima volta l’album non sarebbe stato autoprodotto (come era accaduto invece per The Dark Side of the Moon o Wish you where here), ma Waters e i Floyd si avvalsero della collaborazione di Bob Ezrin come coproduttore e James Guthrie come tecnico del suono.

Waters vs Pink Floyd.

Quando cominciarono le registrazioni iniziarono anche i primi evidenti problemi di relazione tra i membri dei Pink Floyd. David Gilmour ebbe i primi screzi (che non si sarebbero mai sanati, se non quarant’anni dopo) con Waters, che aveva cominciato a pensare di essere il leader di una band che fino a quel momento non aveva avuto leader. Nonostante ciò, Gilmour scrisse due dei brani più belli di The Wall: Run like hell e l’immensa Comfortably Numb. Nella fase di produzione di The Wall ci fu anche la definitiva lite tra Waters e Richard “Rick” Wright. Waters, ormai padre-padrone dell’intero progetto, esigeva la cacciata di Wright e gli propose di rimanere come membro “turnista” della band per il tour di The Wall. Wright accettò, e probabilmente quello fu il momento in cui i Pink Floyd smisero (quasi per sempre) di essere in quattro. Lo strappo fu insanabile. Eppure The Wall stava riscuotendo sempre più successo.

Il disco. L’opera.

scarfe-illustration-for-the-wallThe Wall è un doppio album, un’immensa opera rock, e già questo basterebbe a definirlo. La storia narra dell’artista Pink, orfano di padre (morto durante la guerra), e della sua discesa all’inferno; dell’invalicabile muro che mattone dopo mattone (la madre oppressiva, la scuola e la sua disciplina, l’incubo della guerra, l’isolamento) si costruisce per difendersi dal mondo che lo circonda. Difficile definirlo un semplice album di musica leggera, tali e tanti sono gli elementi che arricchiscono questo LP. È un’immensa opera del genio di Waters, che unisce al rock il fascino dell’Opera vera e propria. È un racconto di una storia di delirio e sofferenza, di scontro. È anche lo spaccato di un’epoca di ribellione, di una difficoltà ad adattarsi alla realtà, delle insopportabili influenze delle varie autorità, prima fra tutte la scuola, che rende tutti uguali, tutti in uniforme. Infatti il grido di ribellione di Another brick in the Wall, vero inno di una generazione, è una marcia, un coro cantato da bambini (veri alunni di una scuola inglese, ci furono anche polemiche per questo). “We don’t need no education/ We don’t need no thought control”, il basso sincopato, le chitarre di Gilmour ad accompagnare un motto di una generazione, un grido di ribellione tanto semplice quanto potente. Non abbiamo bisogno di essere educati, non abbiamo bisogno che i nostri pensieri siano uniformati. “All in all it was all just bricks in the Wall”… alla fine di tutto sono soltanto mattoni per il muro.

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È poi  il turno della struggente Mother, il rapporto con la madre iperprotettiva, i tentativi disperati di soddisfare le sue aspettative, non riusciti. Una madre che diventa un “nemico”, un ennesimo mattone da porre su quel muro. Il disco continua ad alternare momenti di riflessione/delirio/sofferenza (Empty Spaces), fino ad arrivare al rock più energico di Young Lust. Pink e il sesso, Pink e le donne: “Will some cold woman in this desert land/ Make me feel like a real man”. La risposta non arriva neanche dall’amore, l’isolamento continua. L’organetto di One of my turns continua questo viaggio a spirale verso la solitudine: una stanza distrutta, la ricerca ossessiva di risposte. Inutile. Don’t leave me now, Pink viene lasciato dalla sua donna, se ne pente quasi. Ancora un mattone sul muro, Another Brick in the Wall III urla: “I don’t need no arms around me/And I dont need no drugs to calm me”: l’ultimo mattone è stato posato. E la triste Goodbye Cruel World è la fine di questa discesa; Pink è nascosto dietro al muro, e non ci sarà nulla che gli farà cambiare idea. Finisce così la prima parte dell’album, della storia, del concept.

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In occasione della caduta del muro di Berlino.

Hey you con il suo arpeggio malinconico apre la seconda parte. Il protagonista della storia cerca forse aiuto, ma non viene ascoltato. C’è qualcuno fuori dal muro? Is there Anybody Out There? Inizia un viaggio personale del protagonista, l’esorcismo dei suoi ricordi più dolorosi, primo fra tutti quello della guerra che gli ha portato via il padre: Nobody Home,  Vera (Vera Lynn era una cantante inglese che si prodigò per i ragazzi inglesi al fronte durante la seconda guerra mondiale), Brings the boys back home. È il turno di Comfortably Numb, sicuramente uno dei brani più belli mai scritti dai Pink Floyd e probabilmente uno dei più belli della musica rock. “Insensibile”, è la sensazione di Pink, è una catarsi. Pink è dietro al muro, è lontano, i contorni della realtà diventano sempre più sfuocati. Ed è anche una visione degli adolescenti e dei ragazzi dell’epoca, sempre più “massificati”, uniformati, che perdono i loro contorni specifici. Il tutto accompagnato dall’assolo di chitarra più bello della storia del rock.

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Al Live 8, per la reunion.

È la volta della minaccia del nazismo (ricordate i martelli che marciano?) come possibile conseguenza di questo uniformarsi. Pink finalmente trova il modo di risolvere questa situazione, ci vuole una scossa (Stop). Ed è il processo a cui si sottopone (The Trial) a risolvere la situazione. Giudice, testimoni, avvocati sono i personaggi che Pink ha incontrato durante la sua vita. Il maestro, la madre, la sua donna, in forma di “mostri” surreali lo condannano ad abbattere il muro. È una condanna quasi liberatoria per Pink, la fine dell’incubo. Il muro crolla, finalmente, in maniera rumorosa e roboante; Pink si “salva”. Il rock dirompente, l’opera potente, lasciano spazio a un brano, Outside the Wall suonato in acustico, come una band di strada, e quasi sussurrato da Waters. L’incubo è finito.

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Outside the Wall in un raro filmato del tour originale.

Lo Spettacolo.

Questo gigantesco capolavoro necessitava, nella visione di Waters e dei Pink Floyd, di un altrettanto degno spettacolo che rompesse ancora di più la tradizione rock. La band aveva già abituato il suo pubblico a show maestosi, ma questa volta l’ambizione li aveva portati oltre ogni limite. Il muro che si costruisce Pink durante l’album doveva essere costruito sul serio, dal vivo, nella realtà. Nell’idea iniziale di Waters il Muro doveva essere presente per tutta la durata dello spettacolo, poi successivamente si pensò di costruirlo man mano, lasciando il pubblico dopo la prima parte completamente isolato dalla band. La band inoltre non appariva sin da subito sul palco, ma c’era una “band ombra” che suonava al loro posto, con maschere dalle sembianze dei Pink Floyd. L’intero progetto richiese uno sforzo lavorativo e organizzativo non indifferente, e ci furono non pochi problemi. Per esempio si dovettero progettare dei sistemi in grado di sorreggere il muro (le due gru richiesero un particolare lubrificante dell’industria spaziale, come racconta ancora Mason in Inside Out, poiché troppo rumorose), e un modo per costruirlo durante tutto il concerto.

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Furono progettate anche delle speciali “gabbie” per proteggere band e strumenti sul palco, in modo che al momento del crollo non accadessero incidenti. Alla fine del “primo atto” l’enorme muro bianco diventava la tela per la proiezione dei mostruosi ma bellissimi cartoni animati di Gerald Scarfe. Nella seconda parte del concerto alcuni mattoni del muro venivano rimossi di tanto in tanto offrendo diverse scene (per esempio la stanza di Pink) della storia, e il tutto culminava con la “risalita” di David Gilmour in cima al muro durante l’assolo di Comfortably numb. Poi il processo (successivamente ci furono le immense sagome gonfiabili dei personaggi di Scarfe durante questa scena), e il crollo, con la band che appariva alla fine con gli strumenti acustici a suonare Outside the Wall. Era la fine degli anni ’70, e i Pink Floyd erano riusciti a entrare nella storia con l’idea più folle e allo stesso tempo affascinante della storia delle esibizioni rock. Il mini-tour previde soltanto dieci spettacoli, ma negli anni successivi Waters portò avanti (fino a oggi) il suo The Wall con ulteriori modifiche. Nel 1990 Waters tornò a esibirsi proprio con The Wall, senza gli altri Pink Floyd, a Berlino, in occasione della caduta del muro che separava la capitale tedesca. Recentemente, in una delle tappe del tour mondiale di Waters, i tre Pink Floyd rimasti (Wright è purtroppo scomparso) si sono reincontrati. Rivedere Gilmour su quel muro è stata un’emozione indimenticabile.

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The Trial con gli stupendi disegni di Scarfe.

Il Film.

L’ambizione del progetto di Waters continuò con la realizzazione di un film. Pink Floyd The Wall uscì nel 1982, con la regia di Alan Parker. Sebbene all’inizio della sua gestazione il regista fosse Michael Seresin, quest’ultimo fu silurato a favore dell’allora produttore Parker, che fece virare il film verso tinte più crude e immagini più dirette. Waters, per altri impegni, non riuscì a partecipare a tutte le riprese. Il protagonista scelto fu Bob Geldof, che all’inizio era molto scettico rispetto all’idea di recitare (aneddoto simpatico, quando arrivò per incontrare i Floyd, passò il tempo a insultarli in taxi, ignorando che l’autista fosse il fratello di Nick Mason). Eppure la sua prova fu più che plausibile, e la scelta di Geldof come interprete di Pink si rivelò più che azzeccata. Nel film l’attore mette in scena il terribile delirio di Pink, fino ad arrivare alle suggestive immagini del concerto che diventa in pratica una parata militare simil-nazista (per girare quelle scene furono utilizzate come comparse dei veri skinhead). Nel film inoltre apparivano i cartoni animati di Scarfe che venivano utilizzati durante il tour. Il film non ebbe un grandissimo successo di critica e pubblico, eppure rimane un piccolo grande cult per tutti i fan della band. Fu la naturale evoluzione di quel progetto che era nella testa di Waters fin dalle origini.

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Bob Geldof in The Wall, il film.

Outside The Wall.

Con The Wall si concluse l’esperienza dei Pink Floyd uniti. Il successivo album, The Final Cut, fu in realtà (come suggerisce il titolo) l’album di addio, scritto quasi del tutto da Waters. Da quel momento in poi le strade dei quattro si separarono. Wright, Mason e Gilmour continuarono la loro esperienza mantenendo il nome Pink Floyd (questo fu un altro motivo di forte scontro tra Gilmour e Waters), alternando album discreti ad altri un po’ meno. Waters cominciò e continuò (fino a ora) la sua carriera solista. I quattro si sarebbero reincontrati in occasione dell’evento di beneficenza in diretta mondiale Live Eight (organizzato da Geldof, peraltro) del 2005, in un’unica serata. Eseguirono dal vivo anche (ovviamente) alcuni brani di The Wall. Wright scomparve nel 2008 in seguito a una grave malattia. Eppure i Floyd si sono “riuniti” in un’altra occasione unica, proprio per il tour mondiale “The Wall” di Waters. Nel 2011, a sorpresa, all’O2 arena di Londra, nel momento dell’assolo di Comfortably Numb, in cima al muro è apparso proprio Gilmour e i tre (con Nick Mason) hanno suonato insieme l’ultimo brano dell’album, Outside the Wall. In qualche maniera forse questo è il saluto che i Pink Floyd hanno fatto al mondo della musica, e la scelta di questo brano in particolare non sembra essere per niente casuale.
The Wall è stato un disco che ha dipinto e raccontato un’era, ha cambiato il modo di intendere la musica rock e di fare spettacolo. Una vera e propria pietra miliare del Rock, da scoprire e riscoprire.

Un disco che ascoltato allora, oggi o tra quarant’anni avrà sempre lo stesso dirompente effetto. E forse è proprio questo il più grande potere dei Pink Floyd: la loro musica eterna.

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O2 Arena, l’ultima “reunion” dei Pink Floyd.

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2 pensieri su “Listening 04: The Wall

  1. Ottimo articolo arricchito da particolari aneddoti.
    Vorrei dare un suggerimento ai fans dei pink Floyd: se vi trovate nella Valle dei Templi in Agrigento provate ad ascoltarli, vi accorgerete che la loro musica vi apparirà adeguata per quei tempi, per i tempi attuali e (come chiude l’articolo)per i futuri quarant’anni. Io ci ho già provato.

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