Tranquilli, si può curare

Joseph Nicolosi è uno psicologo statunitense balzato agli onori della cronaca in quanto co-fondatore della National Association for Research & Therapy of Homosexuality (NARTH), originariamente chiamata National Association for Research and Treatment of Homosexuality, e convinto sostenitore delle cosiddette terapie riparative dell’omosessualità. L’obiettivo di tali terapie è la conversione dell’orientamento sessuale degli omosessuali, in modo da “trasformarli” in eterosessuali. L’idea alla base di una tale abiezione (la teoria, ovviamente) è che l’omosessualità sia l’effetto di un problema di identità sessuale, originato da rapporti problematici con i genitori e/o traumi in fase di crescita. Naturalmente, il mondo scientifico ha preso le distanze da una tale assurdità, prime fra tutti l’American Psychiatric Association e l’American Psychological Association. Non si capisce, poi, il “bisogno” di convertire gli omosessuali, dato che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha depennato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali, seppur solo nel 1990.

Il principio appare eufemisticamente infelice sotto vari punti di vista. Al di là dell’idea malsana di modificare l’orientamento sessuale di una persona, perfino la scelta, non casuale, dei termini “trattamento” prima e “terapia” dopo, rivela il giudizio negativo sull’omosessualità. Ridurre il tutto all’omofobia può sembrare banale ma tant’è. La spiacevole tendenza, d’altronde, è molto più diffusa nell’opinione pubblica di quanto non si pensi; se da una parte il concetto di terapia è largamente non condiviso, non altrettanto si può dire dell’idea che l’orientamento omosessuale stesso sia il risultato di squilibri psicologici o problemi della crescita mentale. Questa supposizione sottintende un giudizio dell’omosessualità come di una condizione deviata rispetto al normale status di una persona senza traumi o sfortune.

Siamo poi sicuri che l’orientamento sessuale sia un parametro dipendente esclusivamente dalla psicologia e di conseguenza modificabile, almeno in teoria? Non sono di questo avviso due scienziati da anni impegnati nello studio di questo argomento. Il neuroscienziato Simon LeVay ha pubblicato nel 1991 i risultati di un suo lavoro che mostra come sussistano differenze morfologiche fra alcune strutture cerebrali di soggetti eterosessuali e omosessuali. Lo stesso LeVay ha spiegato come questo non implichi una causa esclusivamente genetica dell’omosessualità, ma mostri chiaramente la presenza di fattori biologici non trascurabili. Omosessuali si nasce? La natura innata dell’orientamento sessuale è la conclusione a cui giunge anche Glenn Wilson, psicologo, che con Qazi Rahman sostiene che l’origine dell’omosessualità vada studiata nell’ambito della psicobiologia, per via delle imprescindibili cause biologiche, non necessariamente genetiche. Oltre alle citate tesi  accademiche, una semplice osservazione depone a favore della tesi che l’omosessualità sia una caratteristica innata: la trasversalità del fenomeno. Una quota più o meno costante di omosessuali è riscontrata nel mondo (l’OMS considera attendibile una percentuale attorno al 5%), a fronte di enormi differenze culturali, politiche e sociali. Un’origine culturale dell’omosessualità mal si accorda con i dati oggettivi, suggerendo quindi che, operando una semplificazione, “si nasce” e non “si diventa”.

La questione non è squisitamente accademica, in quanto una definitiva conferma delle cause biologiche del fenomeno abbatterebbe di fatto la principale obiezione sollevata nei riguardi del riconoscimento del matrimonio omosessuale da parte degli ambienti ultraconservatori, ossia l’automatica acquisizione del diritto all’adozione. Il discutibile ragionamento prevede che la crescita del bambino non possa avere luogo in maniera equilibrata in una famiglia composta da due genitori dello stesso sesso. La faccenda viene spesso riassunta nell’espressione “avere una mamma e un papà”. A poco valgono le prese di posizione del mondo scientifico. Come esempio, basta citare il policy statement della sopracitata American Psychological Association, in cui si afferma esplicitamente che lo sviluppo e il benessere di un bambino allevato da genitori omosessuali non è diverso da quello di un altro bambino, figlio di una coppia eterosessuale. Il motivo per cui queste attestazioni cadono nel vuoto è un altro. Alla base del netto rifiuto dell’estensione alle coppie omosessuali del diritto all’adozione vi è spesso l’inespressa paura che un bambino con genitori omosessuali diventi omosessuale a sua volta. Senza sottolineare ulteriormente l’inconsistenza scientifica di un’ipotesi del genere (se gli omosessuali sono figli di eterosessuali, non si capisce perché i figli degli omosessuali non possano essere tranquillamente eterosessuali),  la questione su cui vale la pena riflettere è un’altra. E se anche fosse? È a questo punto che il dibattito coinvolge la sfera personale di ognuno. Quanti considerano un gay, una lesbica o un bisessuale come una persona “difettosa” o anche solo “speciale”? E ancora, quanti accoglierebbero come una notizia anche solo leggermente spiacevole il coming out del proprio pargoletto? Coloro che si sentono chiamati in causa possono stare tranquilli. Non sono omosessuali. Ci sono, però, due notizie, una buona e una cattiva. Quella cattiva è che soffrono di un grave problema, questo sì, reale: l’omofobia. Quella buona è che la causa del male è conosciuta ed esiste una terapia, spesso efficace. Per combattere l’ignoranza e il pregiudizio, infatti, basta una buona dose di cultura.

P.S.: Per maggiori informazioni, oltre ai link riportati è consigliata la visione della puntata “L’omosessualità” di “Cosmo” (Rai Tre).

 

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