Un'estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare (parte 2)

[stextbox id=”custom” big=”true”]Torna su Camminando Scalzi la rubrica “Med and the City” a cura della nostra blogger/medico Betty Bradshaw. L’articolo che state per leggere è la seconda parte  del racconto post estivo scritto da Betty. Qui il link al primo capitolo.

questo link trovate tutti i post precedenti di Med and the City. Buona lettura! [/stextbox]

L’estate in ospedale che, mi rendo conto, è ormai solo un lontano e funesto ricordo (ancora capace, però, di serpeggiare malvagio nelle stanze della memoria) non se ne va lasciandoti indifferente. Non è come qualsiasi altro periodo dell’anno: costituisce un amplificatore di paure.  Le paure che ogni sanitario, dotato di buon senso e ragionevolezza, dovrebbe sentir vibrare dentro di sé osservando il panorama medico-assistenziale di questa era buia e truce che siamo a vivere. La paura dei tagli al personale, ai servizi, ai supporti di base; la paura conseguente di commettere un errore sulla pelle di qualcuno o sulla propria. La paura dell’incapacità, da parte delle risorse attuali, di affrontare il sorprendente cambiamento della durata della vita. La paura di non riuscire a corrispondere le aspettative altissime di una società in cui il tessuto famigliare non esiste più, dove si nota un imbarbarimento dell’utente medio, che manca di qualsiasi forma di rispetto verso chi assiste, e in cui la morte è considerata un elemento non più accettabile, nemmeno per “giusta”, naturale e talora confortante causa.

In estate il personale viene dimezzato (o meglio, si auto-dimezza) per l’arrivo delle tanto agognate ferie estive. Abitualmente la gestione delle partenze e degli arrivi è irrispettosa verso chi resta ad assistere (e quindi a chi deve essere assistito): non è pensabile che al dimezzamento del numero dei letti possa corrispondere una riduzione del personale a meno di un quarto del totale. È matematica spicciola, non filosofia. E il risultato di questa leggerezza dell’animo gestionale si traduce in una vignetta del tipo: “io (medico) continuo a fare il massaggio cardiaco, tu (infermiere 1) chiama il rianimatore e prendi le piastre del defibrillatore, tu (infermiere 2) vai a vedere se la signora che ha avuto una crisi epilettica dieci minuti fa è ancora viva; tu (operatore socio-sanitario) per favore chiama il pronto soccorso e dì che vedrò il paziente con l’ictus appena avrò risolto qui”. Worst-case scenario (e anche il più probabile ad agosto)? Un morto (il povero signore con l’infarto, in particolare se il telefono della rianimazione è occupato), un ferito grave (la signora con la crisi epilettica mal gestita, tanto più se malauguratamente ha aspirato saliva durante la crisi), un invalido a vita (il paziente con ictus, specialmente se avrebbe potuto giovare da trattamenti specifici e invasivi).

Se sopravvivi psicologicamente e legalmente a tutto questo, devi ricordare a te stesso che “the show must go on”.  Ossia: hai davanti a te mezza giornata e una notte nelle stesse condizioni e, dopo qualche misera ora di riposo nella canicola agostana, ricomincerai alla stessa maniera, per una ventina di giorni almeno. Se poi hai la disgrazia di condividere siffatta macilenta zattera con altri due/tre lavativi-irresponsabili-menefreghisti-disamorati cronici che ti danno il cambio nei turni, beh… A quel punto hai capito che davvero non sarai uno dei prescelti dalla matrigna selezione naturale.

Il rischio di commettere errori incrementa esponenzialmente ogni giorno che pass,a e i pericoli per la tua salute e la tua incolumità fisica (l’incidente stradale è dietro l’angolo) tendono agguati quotidiani, aumentando la tua soglia di ansia, attivazione e, dulcis in fundo, frustrazione. Il rischio burnout (Betty ce ne aveva parlato in un altro articolo, ndR) è davvero altissimo.

La “calata” in pronto soccorso nel mese di agosto offre uno spaccato sociale e antropologico del nostro tempo, meglio che in qualunque altro periodo dell’anno (con il suo climax nel giorno di ferragosto).  Orde di ultranovantenni in condizioni dolorosamente indecorose giungono in ospedale, accompagnati da una fiera di badanti, parenti di 5°-6° grado in cerca di eredità, vicini di casa in infradito e pantaloncini hawaiani che sbraitano come selvaggi per la lunga attesa. Motivo dell’accesso: “per qualche secondo lo sguardo della nonna  non è stato quello di sempre”.

Ora: ammettiamo che mia nonna abbia 96 anni, sia inferma, con le piaghe, incapace di parlare e nutrirsi da sola e che io mi rendessi conto, tra un fritto misto e un’insalata nel pranzo di ferragosto, di un suo sguardo perso, cosa farei?

A) Anzitutto: avrei lasciato che mia nonna fosse messa in un letto con una nutrizione artificiale, con dolori da piaga mostruosi, con infezioni ricorrenti, priva di qualunque lume della ragione?

B) Se ravvisassi che Dio la sta chiamando a sé regalandole, chissà, un sollievo dalle attuali pene terrene, la abbraccerei forte, e in lacrime proverei ad accompagnarla nel lungo e triste viaggio. Mai e poi mai la sottoporrei a ore di estenuante e inutile attesa nella medina di Beirut (il Pronto Soccorso).

La morte, al giorno d’oggi, è un fatto socialmente inaccettabile, anche quando è naturale, fisiologico e rassicurante. C’è un delirio di onnipotenza nei medici – e di eternità nei parenti degli assistiti – che è preoccupante. Come anche è preoccupante il fatto che la capienza delle strutture sanitarie a oggi presenti non è sufficiente nemmeno per chi a quarant’anni scopre di avere un tumore e deve essere operato per sperare di arrivare ai quarantacinque. Ma quand’è che abbiamo perso la strada? Quando abbiamo creato un’immagine dell’uomo sempiterna? Quando abbiamo cominciato a rifiutare l’esistenza della morte a costo di costringere qualcuno a morire ogni giorno?

D’estate il pronto soccorso è anche pieno di extracomunitari che non parlano e non comprendono l’italiano. Abbiamo a disposizione UN mediatore culturale. E gli altri 300 pazienti? Vogliamo finalmente accettare che la multietnicità fa ormai parte del nostro paese e che chiudere gli occhi di fronte alla sempre crescente numerosità di stranieri non ci consentirà mai di farli sparire come molti vorrebbero? Vogliamo prendere atto del fatto che le enormi differenze culturali vanno rispettate, capite e talora accettate anche se incompatibili con il nostro modello assistenziale?

Come se non bastasse, in estate il disagio psichico affiora a pelo d’acqua con veemenza, così come durante le festività. Poveri cristi disperati e abbandonati dal mondo affollano le sale visita con urla raccapriccianti o pianti dolorosissimi. Pensiamo davvero che le pochissime rispettabili e onorevoli case-alloggio siano sufficienti? Crediamo con tutta onestà di avere dedicato sufficienti risorse economiche agli operatori che fronteggiano ogni giorno la realtà tragica del disagio psichico?

Da ultimo (ma non meno importante): fino a quando dovremo trovare parole di amorevolmente inutile comprensione verso gli ultrasettantenni genitori di giovani disabili che speravano in un ricovero estivo in ospedale (in quanto “teoricamente” meno affollato) e invece si trovano di fronte all’ennesimo rimbalzo al domicilio?

Queste nuove emergenti e preoccupanti percezioni etiche e morali distorte, associate alla più completa, reiterata e sfacciata inettitudine della classe dirigente a tutti i livelli ci avvicinano paurosamente al collasso. Le fantasmatiche paure del mio inconscio, d’estate, mi scuotono con violenza. Un mese in queste condizioni potrebbe diventare la realtà quotidiana. Inaccettabile.

Non ho idea di come e su chi si possa intervenire, tanto più in tempi di crisi come questi.  Non ho idea di quali saranno le nostre sorti, di quanti morti e feriti dovremo avere sulla coscienza prima di renderci conto che il futuro non è nella direzione che stiamo percorrendo ma in quella opposta. L’autostrada che abbiamo imboccato è un percorso tronco: a un certo punto, di botto, l’asfalto finirà e cadremo nel vuoto.

Un’inversione a U in autostrada è proibita, vietata, pericolosissima. Forse, però, l’unica soluzione è chiudere gli occhi, prendere il volante e sterzare vigorosamente.

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Un pensiero su “Un'estate in ospedale, con il salvagente per paura di affogare (parte 2)

  1. Essendo medico anch’io e lavorando come riabilitatore in una struttura per anziani condivido pienamente ciò che racconti sulla pretese di eternità chiesta dal “mondo”…mi sento meno sola..

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