The University Deception

Anni spesi a inseguire un obiettivo, giornate trascorse a immagazzinare con rigore metodico date, nomi e formule, pomeriggi in cui un raggio di sole che batte sul bianco della scrivania e sui caratteri della pagina invita a una diserzione che non è altro che inseguire la vita.

Tanti di noi hanno dedicato agli studi universitari una parte importante della loro giovinezza, compressi da un sistema che ci ha rubato tempo e spazio, impedendoci spesso di guadagnare in libertà e apertura di pensiero. Quante lezioni nozionistiche e ripetitive abbiamo dovuto seguire per ottenere le parole che cercavamo, quelle che contavano, dalla bocca di un professore illuminato, però quanto ci hanno regalato quelle parole!

L’Università resta (perfino l’Università italiana) una formidabile palestra, ci fa crescere come cittadini, forma il carattere, oltre che le competenze professionali, accresce la consapevolezza di sé.

In un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30% (dati ISTAT 2011), l’età media dei laureati specialistici è di 28 anni (dati Almalaurea 2011), circa 2-3 anni in più della media degli altri paesi europei. Quegli anni in più, quel tempo sprecato, è il tempo del nozionismo, dei pomeriggi passati a ripetere ciò che dopo non servirà più, ciò che non migliora la nostra formazione (e forse neanche la nostra memoria a breve termine).

Quei 2-3 anni in più ci rendono più stanchi e più lenti dei nostri colleghi europei, ci rendono meno pronti a cogliere le (rare) opportunità che si presentano.

In un mondo del lavoro paralizzato, e schiavo di clientele e raccomandazioni, i 2 anni persi sono il primo dazio pagato… dopo ne seguiranno altri, la lentezza a inserirsi, il salario più basso rispetto alla media europea, la minore possibilità di cambiare impiego.

Anni fa si cercò di ovviare a questo gap tutto italiano introducendo il sistema del “3+2”, con una laurea di primo livello e una laurea di secondo, in grado, almeno in teoria, di creare i presupposti per abbreviare il percorso formativo e inserire più velocemente i giovani nel sistema produttivo del Paese.

Cosa resta oggi di quel progetto?

Giovani che terminano il primo ciclo universitario a 23-24 anni, con lauree dai nomi spesso fantasiosi e dalla spendibilità lavorativa il più delle volte nulla. La parcellizzazione degli insegnamenti ha alimentato l’ego ipertrofico di rettori e professori, frantumando di fatto la struttura dei corsi universitari. Non ci è stata risparmiata una sola briciola di nozionismo (semplicemente suddiviso tra i due livelli), non è stato stimolato il pensiero logico, non è stata incentivata realmente la formazione sul campo, è solo cresciuto in modo irrazionale il numero degli esami da affrontare.

In una situazione così complessa si inseriscono le risposte della Politica: un ministro del Welfare che alcuni mesi fa dichiara che i giovani devono essere più umili e accettare qualsiasi tipo di lavoro per far fronte alla crisi. Parole pleonastiche, dato che da anni molti giovani si sobbarcano fatiche che non hanno niente in comune con ciò che hanno studiato per anni.

Chi è pronto, in Politica, ad assumersi la responsabilità di una riforma (quella del 3+2) che ha compromesso il destino lavorativo di molti studenti?

Chi è pronto, nei vertici del mondo universitario, ad assumersi le responsabilità di aver spacciato agli studenti prospettive di lavoro fasulle ben nascoste dietro corsi di laurea dai nomi altisonanti?

Chi è pronto, tra ricercatori e professori, a diventare consapevole del grandissimo potenziale umano e sociale del proprio ruolo, rimettendo al centro lo studente e la sua formazione?

E noi… noi saremo pronti, quando verrà il nostro turno di operare nelle stanze dei bottoni, a non dimenticare ciò a cui pensavamo nei lunghi pomeriggi da reclusi, illuminati dal sole primaverile, e ciò per cui ci battevamo quando affollavamo le aule della nostra amata-odiata Università?

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Nubi sul Sol Levante

In un mondo sempre più globalizzato e interconnesso, la tragedia giapponese di questi giorni rischia di avere gravissime ripercussioni, non solo nel paese del sol levante ma sull’intero pianeta.

Probabilmente non siamo in grado di prevedere quello che accadrà nel breve, medio e lungo periodo… La situazione è ancora troppo fluida e in evoluzione. Possiamo però fare delle ipotesi, partendo dalla situazione economica mondiale prima di quel maledetto 11 marzo 2011.

Dopo anni di crisi l’economia mondiale dava finalmente lenti segnali di ripresa. Si trattava di una ripresa a due velocità, che vedeva paesi iniziare a correre verso il benessere, per esempio il Brasile e paesi in totale stagnazione, con l’Italia e lo stesso Giappone.

Borsa TokyoDall’inizio degli anni Novanta il paese del Sol Levante, infatti, ha avuto un ritmo di crescita vicino allo 0% e una conseguente stagnazione economica. La Banca Centrale Giapponese, per rilanciare l’economia ha iniettato valuta fresca nel sistema e ha abbassato, nel corso degli anni, il costo del denaro fino a portarlo quasi allo 0%, ma senza risultati degni di nota. Inoltre la crisi economica mondiale ha colpito duramente l’industria manifatturiera nipponica, specialmente il settore dell’auto. Negli ultimi anni, alla perenne crisi economica si è aggiunto un periodo di instabilità politica, di governi deboli e poco incisivi e di scandali che hanno coinvolto esponenti dei due principali partiti.
Il Terremoto del Sendai si è limitato a dare il colpo di grazia a un paese allo sbando.

Cosa accadrà ora?
Le conseguenze stiamo già iniziando a vederle, ma molto probabilmente inizieremo a subirle nei prossimi mesi e per molti anni a venire. Analizziamo punto per punto alcuni possibili scenari.

Il Giappone è uno dei paesi con il più alto debito pubblico (circa il 200% del PIL); la ricostruzione, i danni all’industria e le imprevedibili conseguenze della crisi nucleare di Fukushima, potrebbero mettere a repentaglio sia le quotazioni dello Yen, sia la stessa solvibilità dei titoli di stato giapponesi. L’indebolimento di una piazza finanziaria importante come Tokyo provocherebbe – e in parte sta già provocando – un effetto domino su tutte le altre borse mondiali con effetti solo ipotizzabili.

FukushimaIl disastro di Fukushima sta obbligando il governo giapponese a un repentino ripensamento della politica energetica nazionale. In questi giorni molte centrali nucleari sono state spente o hanno lavorato a basso regime; le più vecchie e insicure rischiano la chiusura definitiva. Tutto questo, in una nazione che ha consumi elettrici elevatissimi e che ha investito tantissimo sull’energia nucleare, rischia di avere conseguenze disastrose. Rimpiazzare il nucleare richiederebbe investimenti enormi e tempi lunghissimi. Limitare la produzione di energia nucleare porterebbe enormi disagi per la popolazione ma soprattutto costringerebbe l’industria manifatturiera a ridurre la produzione. Questo porterebbe disoccupazione e un brusco aumento dei prezzi di prodotti tecnologici, automobili e di tutti i prodotti giapponesi d’esportazione.

Le future scelte del governo nipponico, il modo in cui affronterà questa emergenza nazionale e i progetti futuri riguardanti le politiche energetiche, la ricostruzione e il rilancio delle zone disastrate saranno fattori decisivi per l’intera economia globale.
Allo stato attuale la situazione non lascia ben sperare, troppe incognite rischiano di cambiare o addirittura sconvolgere la situazione, su tutti l’incubo nucleare di Fukushima.

MeijiIl Giappone, nel corso della sua storia, ha sempre affrontato momenti bui e crisi che sembravano senza sbocco.
Nel 1867 l’Imperatpre Meiji, per salvare il suo regno dalla colonizzazione occidentale, riuscì a modernizzarlo e a trasformarlo in una nazione moderna nel giro di pochi anni. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e sempre in pochissimo tempo, l’Impero del Sol Levante, da nazione distrutta materialmente e moralmente, divenne la terza potenza industriale al mondo.

Possiamo sperare che il popolo giapponese ci stupisca ancora una volta e che da questa immane tragedia trovi nuovamente la forza  per rinascere dalle sue macerie.